Si avanzavano lottando contro le folate incalzanti. Ed egli, presso alla donna, in quella solitudine [pg!154] alta e grave, si sentì d'improvviso entrar nell'anima come l'orgoglio d'una vita più libera, una sovrabbondanza di forze.
“Non partire! Non partire! Io ti voglio ancora....”
Le nudò il polso e insinuò le dita nella manica tormentandole la pelle con un moto inquieto in cui era il desiderio di possessi maggiori.
Ella gli volse uno di quelli sguardi che lo ubriacavano come calici di vino. Il ponte era da presso, rossastro, nell'illuminazione del sole. Il fiume pareva immobile e metallico in tutta la lunghezza della sua sinuosità. De' giunchi s'incurvavano su la riva, e le acque urtavano leggermente alcune pertiche infitte nella creta per reggere forse le lenze.
Allora egli cominciò ad incitarla con i ricordi. Le parlava dei primi giorni, del ballo al palazzo Farnese, della caccia nella campagna del Divino Amore, delli incontri matutini nella piazza di Spagna lungo le vetrine delli orefici o per la via Sistina tranquilla e signorile, quando ella usciva dal palazzo Zuccheri seguita dalle ciociare che le offerivano nei canestri le rose.
“Ti ricordi? Ti ricordi?...”
“Sì.” [pg!155]
“E quella sera dei fiori, quando io venni con tanti fiori.... Tu eri sola, a canto alla finestra: leggevi. Ti ricordi?”
“Sì, sì.”
“Io entrai. Tu ti volgesti a pena, tu mi accogliesti duramente. Che avevi? Io non so. Posai il mazzo sopra il tavolino e aspettai. Tu incominciasti a parlare di cose inutili, senza volontà e senza piacere. Ma il profumo era grande: tutta la stanza già n'era piena. Io ti veggo ancora, quando afferrasti con le due mani il mazzo e dentro ci affondasti tutta la faccia, aspirando. La faccia risollevata, pareva esangue, e li occhi parevano alterati come da una specie di ebrietà....”