“Segui, segui!” disse Elena, con la voce fievole, china su 'l parapetto, incantata dal fáscino delle acque correnti.
“Poi, su 'l divano: ti ricordi? Io ti ricoprivo il petto, le braccia, la faccia, con i fiori, opprimendoti. Tu risorgevi continuamente, porgendo la bocca, la gola, le palpebre socchiuse. Tra la tua pelle e le mie labbra sentivo le foglie fredde e molli. Se io ti baciavo il collo, tu rabbrividivi per tutto il corpo, e tendevi le mani per tenermi lontano. Oh, allora.... Avevi la testa affondata nel gran cuscino del mostro d'oro, il petto nascosto [pg!156] dalle rose, le braccia nude sino al gomito; e nulla era più amoroso e più dolce che il piccolo tremito delle tue mani pallide su le mie tempie.... Ti ricordi?”
“Sì. Segui!”
Egli seguiva, crescendo nella tenerezza. Inebriato delle sue parole, egli giungeva a credere ciò che diceva. Elena, con le spalle volte alla luce, andavasi chinando all'amante. Ambedue sentivano a traverso le vesti il contatto indeciso dei corpi. Sotto di loro, le acque del fiume passavano lente e fredde alla vista; i grandi giunchi sottili, come capigliature, vi s'incurvavano entro ad ogni soffio e fluttuavano largamente.
Poi non parlarono più; ma guardandosi, sentivano nelli orecchi un remore continuo che si prolungava indefinitamente portando seco una parte dell'essere loro, come se qualche cosa di sonoro sfuggisse dall'intimo del loro cervello e si spandesse ad empire tutta la campagna circostante.
Elena, sollevandosi, disse:
“Andiamo. Ho sete. Dove si può chiedere acqua?”
Si diressero allora verso l'osteria romanesca, passato il ponte. Alcuni carrettieri staccavano i giumenti, imprecando ad alta voce. Il chiarore dell'occaso [pg!157] feriva il gruppo umano ed equino, con viva forza.
Come i due entrarono, nella gente dell'osteria non avvenne alcun moto di meraviglia. Tre o quattro uomini febbricitanti stavano in torno a un braciere quadrato, taciturni e giallastri. Un bovaro, di pelo rosso, sonnecchiava in un angolo, tenendo ancora fra i denti la pipa spenta. Due giovinastri, scarni e biechi, giocavano a carte, fissandosi nelli intervalli con uno sguardo pieno d'ardore bestiale. E l'ostessa, una femmina pingue, teneva fra le braccia un bambino, cullandolo pesantemente.
Mentre Elena beveva l'acqua nel bicchiere di vetro, la femmina le mostrava il bambino, lamentandosi.