“Guardate, signora mia! Guardate, signora mia!”

Tutte le membra della povera creatura erano di una magrezza miserevole; le labbra violacee erano coperte di punti bianchicci; l'interno della bocca era coperto come di grumi lattosi. Pareva quasi che la vita fosse di già fuggita da quel piccolo corpo, lasciando una materia su cui ora le muffe vegetavano.

“Sentite, signora mia, le mani come sono [pg!158] fredde. Non può più bere: non può più inghiottire; non può più dormire....”

La femmina singhiozzava. Li uomini febbricitanti guardavano con occhi pieni di una immensa prostrazione. Ai singhiozzi i due giovinastri fecero un atto d'impazienza.

“Venite, venite!” disse Andrea ad Elena, prendendole il braccio, dopo aver lasciato su 'l tavolo una moneta. E la trasse fuori.

Insieme, tornarono verso il ponte. Il corso dell'Aniene ora andavasi accendendo ai fuochi dell'occaso. Una linea scintillante attraversava l'arco; e in lontananza le acque prendevano un color bruno ma pur lucido, come se sopra vi galleggiassero chiazze d'olio o di bitume. La campagna accidentata, simile ad una immensità di rovine, aveva una general tinta violetta. Verso l'Urbe il cielo cresceva in rossore.

“Povera creatura!” mormorò Elena con suono profondo di misericordia, stringendosi al braccio d'Andrea.

Il vento imperversava. Una torma di cornacchie passò nell'aria accesa, in alto, schiamazzando.

Allora, d'improvviso, una specie di esaltazione sentimentale prese l'anima di quei due, in conspetto [pg!159] della solitudine. Pareva che qualche cosa di tragico e di eroico entrasse nella loro passione. I culmini del sentimento fiammeggiarono sotto l'influenza del tramonto tumultuoso. Elena si arrestò.

“Non posso più,” ella disse, ansando.