“No, no, no.... Voglio Violetta! Voglio Violetta!”

A quello stupido pargoleggiare, Rosa non potè tenersi di sorridere. E si diede a lisciare il cranio calvo di Don Giovanni, mormorando parole di consolazione:

“Ve la ritrovo io Violetta; ve la ritrovo io.... Zitto! Zitto! Non piangete più, Don Giovannino. La gente che passa può sentire. Mo vi pare, mo?”

Don Giovanni a poco a poco, sotto la carezza amorevole, frenava le lacrime: si asciugava li occhi al grembiule.

“Oh! Oh! che cosa!” esclamò, dopo essere [pg!166] stato un momento con lo sguardo fisso al bacino di zinco, dove l'acqua scintillava ora sotto un raggio. “Oh! Oh! che cosa! Oh!”

E si prese la testa fra le mani, e due o tre volte oscillò come fanno talora li chimpanzè prigionieri.

“Via, Don Giovannino, via!” diceva Rosa Catana, prendendolo pianamente per un braccio e tirandolo.

Nella piccola camera il profumo pareva crescere. Le mosche ronzavano innumerevoli in torno a una tazza dov'era un residuo di caffè. Il riflesso dell'acqua nella parete tremolava come una sottil rete di oro.

“Lascia tutto così!” raccomandò Don Giovanni alla femmina, con una voce interrotta dai singulti mal repressi. E discese le scale, scotendo il capo su la sua sorte. Egli aveva li occhi gonfi e rossi, a fior di testa, simili a quelli di certi cani di razza impura. Il suo corpo rotondo, dal ventre prominente, gravava su due gambette un poco volte in dentro. In torno al suo cranio calvo girava una corona di lunghi capelli arricciati, che parevano non crescere dalla cotenna ma dalle spalle e salire verso la nuca e le tempie. Egli con le mani inanellate, di tanto in tanto, soleva [pg!167] accomodare qualche ciocca scomposta: li anelli preziosi e vistosi gli rilucevano perfino nel pollice, e un bottone di corniola grosso come una fragola gli fermava lo sparato della camicia a mezzo il petto.

Come uscì alla luce viva della piazza, provò di nuovo uno smarrimento invincibile. Alcuni ciabattini attendevano all'opera loro, lì accanto, mangiando fichi. Un merlo in gabbia fischiava l'inno di Garibaldi, continuamente, ricominciando sempre da capo, con una persistenza accorante.