Verdura chiamò una femmina e fece ammonticchiare sul suo desco le frutta. Poi disse:

“Quella signora che stava là sopra, Donna Viuletta, sapete?... Quella del teatro, sapete?...”

“Be'?”

“Se n'è scappata stamattina. Tombola!”

“Da vero?”

“Da vero, Don Domè.”

“Ah, mo capisco!” esclamò Don Domenico, ch'era un uomo fino, sogghignando crudelissimamente.

E, come voleva vendicarsi della contumelia di Don Giovanni e rifarsi dei tre soldi spesi per la notizia, andò subito verso il casino per divulgare la cosa, per ingrandire la cosa.

Il casino, una specie di bottega del caffè, stava immerso nell'ombra; e su dal tavolato sparso di acqua saliva un singolare odore di polvere e di muffii. Il dottore Panzoni russava abbandonato [pg!170] sopra una sedia con le braccia penzoloni. Il barone Cappa, un vecchio appassionato per i cani zoppi e per le fanciulle tenerelle, sonnecchiava discretamente su una gazzetta. Don Ferdinando Giordano moveva le bandierine su una carta rappresentante il teatro della guerra franco-prussiana. Don Settimio De Marinis discuteva di Pietro Metastasio col dottor Fiocca, non senza molti scoppi di voce e non senza una certa eloquenza fiorita di citazioni poetiche. Il notaro Gajulli, non sapendo con chi giocare, maneggiava le carte da giuoco solitariamente e le metteva in fila sul tavolino. Don Paolo Seccia girava in torno al quadrilatero del biliardo, con passi misurati per favorire la digestione.

Don Domenico Oliva entrò con tale impeto che tutti si voltarono verso di lui, tranne il dottore Panzoni il quale rimase tra le braccia del sonno.