“Sapete? sapete?”
Don Domenico era così ansioso di dire la cosa e così affannato che da prima balbettava senza farsi intendere. Tutti quei galantuomini in torno a lui pendevano dalle sue labbra, presentivano con gioia un qualche strano avvenimento che alimentasse alfine le loro chiacchiere pomeridiane.
Don Paolo Seccia, che era un poco sordo da un orecchio, disse impazientito: [pg!171]
“Ma che v'hanno legata la lingua, Don Domè?”
Don Domenico ricominciò da capo la narrazione, con più calma e più chiarezza. Disse tutto; ingrandì i furori di Don Giovanni Ussorio; aggiunse particolarità fantastiche; s'inebriò delle parole, “Capite? capite? E poi questo; e poi quest'altro....”
Il dottore Panzoni al clamore aperse le palpebre, volgendo i grossi globi visivi ancora stupidi di sonno e russando ancora pe 'l naso tutto vegetante di nei mostruosi. Disse o russò, nasalmente:
“Che c'è'? Che c'è'?”
E con fatica puntellandosi al bastone, si levò piano piano e venne nel crocchio per udire.
Il barone Cappa ora narrava, con alquanta saliva nella bocca, una storiella grassa a proposito di Violetta Kutufà. Nelle pupille delli ascoltatori intenti passava un luccicore, a tratti. Li occhiolini verdognoli di Don Paolo Seccia scintillavano come immersi in un umore. Alla fine, le risa sonarono.
Ma il dottor Panzoni, così ritto, s'era riaddormentato; poichè a lui sempre il sonno, grave come un morbo, siedeva dentro le nari. E rimase a russare, solo nel mezzo, con il capo chino sul petto: mentre li altri si disperdevano per tutto [pg!172] il paese a divulgare la novella, di famiglia in famiglia.