Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli ch'era un uomo corpulento e truculento e zazzeruto come ad un baritono si addice. Egli cantava [pg!178] fiorentinamente, aspirando i c iniziali, anzi addirittura sopprimendoli talvolta.
Non sai tu che piombo è a ippiede
La atena oniugale?
Ma quando nel suo canto nominò alfine d'Amalfi la contessa, corse nel pubblico un fremito. La contessa era desiderata, invocata.
Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella:
“Quando viene?”
Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall'alto la risposta:
“Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell'atto secondo! Nell'atto secondo!”
Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una certa impazienza. Il sipario calò fra applausi deboli. Il trionfo di Violetta Kutufà così incominciava. Un mormorio correva per la platea, per le tribune, crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei macchinisti. Quel lavorio invisibile aumentava l'aspettazione.
Quando il sipario si alzò, una specie di stupore invase li animi. L'apparato scenico parve meraviglioso. Tre arcate si prolungavano in prospettiva, illuminate; e quella di mezzo terminava in [pg!179] un giardino fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi qua e là, e s'inchinavano. La contessa d'Amalfi, tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella faccia, entrò a passi concitati.
Fu una sera d'ebrezza, e l'alma mia
N'è piena ancor....