Ora, una volta, come Candia usciva con le canestre vuote, Donna Cristina numerando le posate trovò che mancava un cucchiaio.
“Maria! Maria!” ella gridò, con una specie di spavento. “Conta! Manca 'na cucchiara.... Conta tu!”
“Ma come? Non può essere, signó,” rispose Maria. “Mo' vediamo.”
E si mise a riscontrare le posate, dicendo il numero ad alta voce. Donna Cristina guardava, scotendo il capo. L'argentò tintinniva chiaramente.
“È vero!” esclamò alla fine Maria, con un atto di disperazione. “E mo' che facciamo?”
Ella era sicura da ogni sospetto. Aveva dato prove di fedeltà e di onestà per quindici anni, in quella famiglia. Era venuta da Ortona insieme con Donna Cristina, all'epoca delle nozze, quasi facendo parte dell'appannaggio matrimoniale; ed oramai nella casa aveva acquistata una certa autorità, sotto la protezione della signora. Ella era piena di superstizioni religiose, devota al suo santo e al suo campanile, astutissima. Con la signora aveva stretta una specie di alleanza ostile contro tutte le cose di Pescara, e specialmente contro il [pg!226] santo dei Pescaresi. Ad ogni occasione nominava il paese natale, le bellezze e le ricchezze del paese natale, li splendori della sua basilica, i tesori di San Tommaso, la magnificenza delle cerimonie ecclesiastiche, in confronto alle miserie di San Cetteo che possedeva un solo piccolo braccio d'argento.
Donna Cristina disse:
“Guarda bene di là.”
Maria uscì dalla stanza per andare a cercare. Rovistò tutti li angoli della cucina e della loggia, inutilmente. Tornò con le mani vuote.
“Non c'è! Non c'è!”