Di questa riforma, scrisse il can. Gaetano Barbati nelle sue note alla Storia universale: «Dal poco che sappiamo, sembra in antico vi fosse grande mescolanza ed arbitrio nel canto ecclesiastico. La semplicità nascea necessariamente dalla scarsezza di mezzi; ma alcuni teneano all’ebraico, altri al jonico, altri a un misto. Sant’Ambrogio volle riformarlo partendo dalla melopea greca. Il sistema musicale de’ Greci era diviso in tetracordi, e nei modi che ne derivano. Ambrogio, visto che molte melodie sacre erano, se non melodie greche trasportate, almeno motivi composti sopra i modi musicali di quel popolo, e che non passavano i limiti di una ottava, pensò al sistema tetracordo dei Greci, sostituire il più semplice e facile dell’ottava, derivando dai Greci i quattro modi primordiali che divennero base del canto ecclesiastico. Stabilì dunque questi modi:

Così ne venne un canto ritmico, scaduto, più consono colla musica greca che non il canto gregoriano, il quale procede generalmente per note di valor eguale, riuscendo più monotono e senza cadenze.»

Anche per le divisioni della battuta, s’attenne Ambrogio alle greche tradizioni, che più fedelmente però si videro conservate ancora nel decimo secolo dalla celebre scuola dei Cantori di san Gallo in Svizzera, e quali erano state adottate nei primi Inni cristiani, di cui ci dà indubbie prove Thierfelder nel suo lavoro De Christianorum psalmis et hymnis usque ad Ambrosii tempora (Lipsia); per le quali storiche notizie ivi rimetto il lettore[167].

Però il milanese vescovo ne’ suoi recitativi di sapore greco, o canto piano, lasciò trasparire anche le melodie delle popolari canzoni di tradizione più recente; della cui mistura tentò poi Gregorio il depuramento.

Il Magno pontefice propostosi di recare anche nella liturgia l’unità caratteristica della Chiesa[168], ritoccò il libro delle preghiere di papa Gelasio, costituì il messale romano; tolse il ritmo del verso, la accentuazione della parola, e così quella certa figurazione profana che traspariva dagl’inni d’Ambrosio meno severo riformatore; rese dunque il canto più piano ancora, per cui fu detto canto fermo; e faticò per ricondurre con questo i rituali ad una semplicità ritenuta da lui più consonante alle origini, e più opportuna alla immutabilità cristiana.

I Milanesi peraltro rimasero saldi al rito e canto Ambrosiano: Gallia e Spagna tennero il loro, pure d’origine greca, e che poi cessò per la prima, come abbiam veduto, sotto Carlo Magno, per l’altra nell’XI secolo, ai tempi di Gregorio VII: l’Oriente conservò canti e cerimonie che tuttavia si ripetono sotto le cupole di Kief, di Mosca e di Costantinopoli.

E di Gregorio scrisse il Cantù nel libro I Papi (cap. XVII): «Nel sinodo romano stabilì, non convenire ai gravi costumi di diaconi e preti il dissolversi nella vanità d’imparare la musica, sconvenendo al maestoso contegno delle spirituali funzioni il perdere nei passaggi e nei gorgheggi la compostezza degli animi, e consumarvi la voce destinata a predicare la divina parola e assodare nelle cristiane virtù. Pertanto deputa suddiaconi e chierici inferiori a cantare i salmi e le sacre lezioni in tono grave, serio e posato. A tal uopo istituì scuole, ch’egli in persona dirigeva, e che duravano ancora trecent’anni di poi; e Agostino, andando in Inghilterra, ne menò seco qualche cantore, che fece allievi nelle Gallie.

Accortosi come dei quindici toni della musica gli ultimi otto non siano che ripetizione dei sette primi, concepì l’idea che sette segni bastassero per tutti i toni, purchè si replicassero alto e basso, giusta l’estensione del canto, delle voci e degli stromenti. Ma quali note servissero al canto gregoriano non si sa, se non che si menzionano lettere dell’alfabeto, chiavi e linee in su e in giù. Quella maestosa melodia, ove ci furono conservate preziose reliquie dell’ammirata musica antica de’ Greci, crebbe splendore al culto divino, con motivi semplici e grandiosi, che poi s’andarono dimenticando fin alla profanità de’ nostri giorni, in cui la devozione è distratta da arie guerresche e da cori teatrali.»

Il violento avversario della simonìa e del concubinato, l’eroe delle interminabili lotte per le investiture, il giurato nemico d’Enrico IV, l’altero ma grande pontefice Gregorio VII — mal sofferendo la licenza anche nel linguaggio de’ templi, si rese adunque il primo noto e rispettato metodista, e stabilì alcune leggi onde si potesse cantare con qualche norma sicura e secondo una scuola: mentre per lo innanzi vagava senza regola alcuna a capriccio di qualunque capo-corista che proposta una cantilena trovata o tradizionale, si faceva imitare dagl’altri, insegnandola ad orecchia; altro modo non lasciando, e nessun dato, nessun documento.