Staforsto nella sua Storia della Chiesa (al tomo III) accenna ad alcune indicazioni o note preesistenti; e Walter, nel Lexicon Diplomaticum, dà una raccolta d’antiche foggie di scrittura e dei vetusti modi del canto: ma realmente i primi documenti attendibili risalgono dall’epoca di questo pontefice d’una certa scuola iniziatore (1073).

Resta però sempre la scarsezza delle cifre, la incertezza della scrittura loro, e la mancanza d’ogni altro segno variante. È da presumere ristrettissima la estensione della cantilena, se un secolo dopo la vediamo comprendersi in sole quattro righe, mentre allora nessun rigo la dinotava. Così riguardo ai timbri delle voci, non si vede ancora esempio alcuno di chiavi, che compariscono poi in numero di tre nel secolo XII, e di cinque nel XIII. In quanto ai modi di canto, bisogna ancora imaginare una pratica meglio applicata e nulla più; se nessun dato sicuro guidava il cantore alla intuonazione, se era a suo capriccio l’andamento, chè i tempi conosciuti non erano ancora; se infatti il genere del canto era slegato e unissono sempre, ammenochè qualche voce non rimanesse talvolta scoperta per proporre al coro la cantilena, o per cadenzare con qualche gorgheggio.

Che se monotone eran le solfe, il complesso delle voci alte, medie e basse che anche allora si usavano, qualche tratto che naturalmente colorivasi colle terze, il piano e il forte, il lento e l’allegro, e la sobrietà medesima, e il sentimento negli esecutori, davano ai canti cert’aria che non era sprovvista, come vorrebbero alcuni, di melodia.

Restava però la confusione tonale, che abbiamo accennata nel procedere delle composizioni ai tempi che seguirono il gregoriano.

Il concorso de’ popoli diversi e barbari nella confessione cattolica, le mescolanze poscia causate dalle prime crociate e la mancanza d’una regola perfetta di notazione, non poteano certo impedire le licenziose sortite dalle otto scale degli Antifonarii; nè le parole piane ed i suoni uniformi ivi fissati bastavano a ritenere il genio della nuova lingua e della rinata poesia.

Furono musicisti che sostennero la necessità di otto tuoni; altri di nove; e dodeci, quattordici, quindici perfino ne ammisero.

Basta consultar l’opera dell’Ab. Gerbert — De cantu et musica sacra — per riscontrare qual numero considerevole d’autori si son pronunziati diversamente su questa importante questione.

Fra le tonalità fluttuanti e le forme indecise, i cantori a trasformare i chiesastici cantifermi: e i papi, e i frati, e i dottori, a cercar norme regolatrici.

All’entrare dell’anno millesimo compariscono già alcuni altri metodisti, che tentano nell’opere loro di volgere ad un cammino uniforme, o di raccogliere almeno e collegare le svariate forme de’ bassi tempi, porgendo regole meno vaghe di quelle licenziose del popolo e in pari tempo meno esclusive ed austere de’ gregoriani grecismi.

Aaron, abate di San Martino in Cologna, scrisse: De utilitate cantus vocalis et de modo cantandi atque psallendi; mentre, nell’istessa epoca e nella medesima città, sortiva il trattato: Ars cantus mensurabilis, annunciato di Francone colognese, che fu maestro a Liegi nel 1050.