Secondo quelle norme, colle modificazioni dalla propria fantasia suggeritegli, dettò Abelardo insegnamenti di canto all’amante sua, ed ai monaci di Saint-Denis e del Cluny ove finì la vita nel 1142.
Ma il novatore che nel secolo undecimo avea facilitata l’arte del canto, e dava in due libri il maraviglioso suo metodo musicale, fu il celebre italiano Guido Donati d’Arezzo, abbate Benedettino. Questi sostituì alle sei lettere dell’alfabeto romano, di cui servivasi il cantofermo gregoriano, le sillabe ut, re, mi, fa, sol, la, ch’egli trasse dai primi versi dell’inno: Ut queant laxis etc.
Chiesto a Roma da papa Giovanni XIX, Guido diffuse di là il nuovo sistema, ritenuto infatti una maraviglia. E tale apparir doveva in quel tempo, scrisse M. Brossard analizzando le ingegnose scoperte dell’Aretino (Dictionnaire de la Musique); «perocchè quella invenzione apprendeva in un anno ad un fanciullo ciò che un uomo maturo poteva appena imparare in dieci e vent’anni.» Questo è il Solfeggio.
Nella mano armonica Guido mostrò il rapporto de’ suoi exacordi coi cinque tetracordi dei Greci; lasciando a successivi studj una settima nota segnata B, che levata di un tuono sopra il la, dovea dare all’orecchio l’effetto simile a quello che i corpi angolosi e duri fanno alla mano (B quadro); mentre colla levatura d’un mezzo tuono soltanto la nota dolcemente scorreva (B molle), come alla mano un corpo molle o rotondo[169].
È ben vero che alcuni eruditi non negando a Guido l’introduzione de la Portée, vorrebbero contestargli l’invenzion delle note, facendola risalire fino ai tempi d’Esdra, ma da tanta distanza ne convengono perduto il sistema, e vengono ad inferirne la prevalenza italiana[170].
Per Guido dunque anche i canti trovarono una regola facile e varia.
Chè, prima di queste felici combinazioni, al dir del De Muri, le voci erravano senza regola, nè raggiungeasi quell’accordo di più musici che — dolcemente cantando formavano una voce sola, non per la semplice unità, ma per la soave mistione, da cui l’antico nostro discantare — o prima forma di contrappunto; l’etimologia della qual parola comprova appunto la notazione primitiva.
All’abuso poi del discantare antico, Giovanni De Muri inveì colla seguente curiosa apostrofe:
«Heu! proh dolor! His temporibus aliqui suum defectum inepto proverbio colorare moliuntur. Ist est, inquiunt, novus discantandi modus, novis scilicet uti consonantiis. Offendunt ii intellectum eorum qui tales defectus agnoscunt, offendunt sensum; nam inducere cnm deberent delectationem, adducunt tristitiam. O incongruum proverbium! o mala coloratio! irrationabilis excusatio! o magnus abusus, magna ruditas, magna bestialitas, ut asinus sumatur pro homine, capra pro leone, ovis pro pisce, serpens pro salmone! Sic enim concordiae confunduntur cum discordiis, et nullatenus una distinguatur ab alia. O! si antiqui periti Musicae doctores tales audissent Discantatores, quid dixissent? quid fecissent? Sic discantantem increparent et dicerent: Non hunc discantum quo uteris de me sumis. Non tuum cantum unum et concordantem cum me facis. De quo te intromittis? Mihi non congruis, mihi adversarius, scandalum tu mihi es; O, utinam taceres! Non concordas, sed deliras et discordas[171].
Cosa poi avrebbe detto il buon De Muri se fosse giunto a sentire la Dissertazione sulla Musica moderna di J. J. Rousseau, in cui questo acuto ingegno, pur lasciando sussistere il dubbio se il De Muri sia l’Aretino, dà per sicuro che Guido rese un cattivissimo servigio alla musica, guastando col suo metodo la greca semplicità primitiva, distruggendo tutto quello ch’era in uso da duemila anni; e insegnò agli uomini a cantare difficilmente!?