Rammenta certa Opera di Venezia tutta piena di canto, nell’udizione della quale lungi d’essersi mai annojato, per quanto fosse lunga, vi prestò sempre una attenzione novella, ascoltandola con più interesse alla fine, di quello che al cominciamento. Ciò necessariamente, egli dice, perchè quella Musica cantava sempre e l’armonia non la soffocava, ma non facea che animarla, rinforzarla, determinarla; ed era questa la sua Unità di melodia.

Il canto francese, scriveva egli intorno il 1770, lungi dall’acquistare alcuna perfezione, diviene di giorno in giorno più languido e goffo (lourde). Questo però volea attribuito al cattivo sistema vocale, di cui egli tentò dare una riforma. Lodò i compositori italiani, i quali appropriavano opportunamente le parti alle voci che le doveano cantare.

Non negò all’Italia il vero linguaggio musicale; e come una specie di satira ai suoi, facendo quasi l’apologia della nostra lingua e del nostro canto, e generando in essi non indifferenti querele, dettò in tale argomento filosoficamente la famosa sua Dissertazione sulla Musica francese: dedicò la prima parte al canto, che trae seco come accompagnamento l’armonia; trattò in secondo luogo della misura, che disse essere alla melodia come la sintassi al discorso.

La musica in generale ei la distingue naturale e imitativa; la prima limitata ai fisici effetti che agiscono sui sensi, l’altra esprimente le passioni, parlante all’anima.

L’armonia, avendo il suo principio nella natura, è la medesima presso tutte le Nazioni, o se pure qualche differenza riscontrasi, è introdotta da quella della melodia. Per il che dalla melodia soltanto egli fa derivare il carattere speciale d’una musica nazionale, ed essendo questo principalmente marcato dalla lingua, da questa il canto risente la maggiore influenza.

Si può concepire, disse argutamente il filosofo, lingue più o meno proprie alla musica; se ne può concepire improprie affatto. Tale potrebbe essere una che non fosse composta che di suoni misti, di sillabe mute, sorde o nasali, con poche vocali sonore, molto consonanti ed articolazioni, e che mancasse d’altre condizioni essenziali alle cadenze ed al tempo. — Cerchiamo per curiosità cosa risulterebbe della musica a tale lingua applicata.

Primieramente, il difetto di sonorità nelle vocali obbligherebbe a darne molta alle note; e perchè sorda la lingua, la musica sarebbe stridente. In secondo luogo, la durezza e frequenza delle consonanti forzerebbe ad escludere alcune parole, e non procedere sulle altre che per intonazioni elementari; e la musica sarebbe insipida e monotona; la sua andata sarebbe inoltre lenta e nojosa per la medesima ragione, e qualora si volesse affrettarne un poco il movimento, la sua celerità rassomiglierebbe a quella di un corpo duro e angoloso girantesi sul pavimento.

Siccome una tal musica sarebbe spoglia d’ogni gradita melodia, si cercherebbe supplirvi con bellezze fittizie e poco naturali; la si sovracaricarebbe di modulazioni frequenti e regolari, ma fredde, senza grazia, senza espressione. S’inventerebbe de’ gorgheggiamenti, cadenze, portamenti di voce, e d’altri ornamenti posticci che si prodigherebbero nel canto, le quali cose senza renderlo meno piano non lo farebbero che più ridicolo. La musica con tutta questa sguajata acconciatura resterebbe languida, inespressiva, senza imagini, priva di forza e di energia, pingerebbe pochi oggetti in molte note, come quelle scritture gotiche, le di cui linee ripiene di segni e di figure non contengono che due o tre parole, e che racchiudono poco senso in grande spazio. L’impossibilità d’inventare canti aggradevoli, obbligherebbe i compositori a volgere tutte le loro cure all’armonia, e in mancanza di bello reale, v’introdurrebbero bellezze di convenzione non aventi altro merito che la difficoltà superata: in luogo d’una buona musica, la si imaginarebbe sapiente; per supplire al canto, si moltiplicherebbero gli accompagnamenti; per togliere l’insipidezza s’aumenterebbe la confusione; si crederebbe far musica, e non si farebbe che rumore. — Voces praetereaque nihil.

Se carattere d’ogni musica nazionale è la lingua, esso principalmente si fonda sulla prosodia; perocchè le diverse misure della musica vocale non poterono nascere che dalle diverse maniere di poter dividere il discorso e collocare le brevi e le lunghe le une rispetto alle altre; ciò che evidentissimo si mostra nella greca musica, nella quale tutte le misure non erano che le formule d’altrettanti ritmi forniti dalla disposizione delle sillabe e de’ piedi di cui la lingua e la poesia erano suscettibili. Di maniera che, quantunque si possa molto bene distinguere nel ritmo musicale le misure della prosodia, del verso e del canto, sarà indubitabile la musica più aggradevole esser quella in cui queste tre misure concorrono insieme e quanto più è possibile perfettamente.

La supposta lingua adunque, infelice nella prosodia, poco marcata, senza esattezza e precisione, non avente le lunghe e le brevi combinate fra loro nella durata e nel numero dei rapporti semplici e propri a rendere il ritmo gradevole, esatto e regolare; che ha le lunghe più o meno lunghe, le brevi più o meno brevi, sillabe nè brevi nè lunghe, indeterminate e quasi incommensurabili; tale lingua naturalmente comunicherà alla musica nazionale le irregolarità tutte della sua prosodia; il recitativo se ne risentirà specialmente; non si saprà come accordare il valor delle note a quello delle sillabe; si dovrà cangiare ad ogni istante di tempo; tutti i movimenti sortiranno poco naturali e senza precisione; l’idea dell’eguaglianza de’ tempi si perderebbe interamente nello spirito del cantore e dell’uditore — nel capriccio de’ compositori...