Dinanir, allieva di Besl e di Ibrahim suddetto, che rifiutò la mano di Akid cantore perchè mediocre, si fa autrice d’un libro la grazia dei canti, che però a noi non pervenne.
Rimane tradizionale la perfezione delle sue espressioni, e qualche canto a lei attribuito.
Agani fece una collezione generale delle canzoni arabe sotto il Califfato. — Kosegarten. —
Tutti li surriferiti trattati musicali, e tante altre opere che veniamo in corso di storia accennando, parlano necessariamente del canto, come quello che è parte prima ed essenziale della musica, e gli storici speciali di questa, dovettero nei loro lavori cominciare dall’istinto naturale del canto, dalla rivelazione spontanea d’esso alla umanità, come quella delle lingue[197]; e quindi tutti dovettero per lungo tratto intrattenersi quasi esclusivamente del canto, perocchè l’arte della musica propriamente detta ben più tardi comparve.
Fu detto infatti, che la vera storia della musica armonica non cominciò che verso il 1370, ed anche il Fétis, maestro belga, vorrebbe questo, per opera dell’inglese Dunstaple e dei belgi Binchois e Dufay[198]; ma noi vedemmo già d’onde abbiano tratta origine le prime armonie, e qui basta ricordare che Isidoro di Sicilia, meno superbamente, rinviene la diafonia, la organazione, il discanto, nelle forme dei secoli precedenti; e nel corso di questa istoria è dichiarato a quanti d’ogni paese per una sistemazione musicale, all’accordo vocale e istrumentale intendessero; mentre ai riguardi della antichissima musica quasi tutta al solo canto ristretta, d’altronde oscura, limitata ed incerta, e da ogni scrittore necessariamente indicata, io mi tenni conciso.
Or seguitiamo coi trattatisti ultimi dello scorso secolo.
Contemporaneo e sopravissuto di pochi anni a Gianfilippo Rameau e a Giuseppe Tartini fu lo scrutatore, compositore e dizionarista musicale J. J. Rousseau, che di lor fu ammirato[199]. Inutile parlar di quest’ingegno versatile, ma non sempre coerente, e nella bell’arte ossequioso più che profondo. Critico e non maestro, oratore e non artista, giudica in base all’erudizione ed al pensamento. Nel ragionamento pone le basi colla serietà di un filosofo oriundo dal suolo ove avea seminato Calvino, e negli argomenti sorvola colla leggerezza e il rigoglio della scuola fraucese. Con questo istinto, anche nelle trattazioni che alla musica si riferiscono, conchiude finalmente come fautore del genio della elettiva sua patria, e per questo non bada a detrarre ad altri, od arrogare ai suoi gli altrui meriti incontestati. Basta a provarlo la insistenza di ritenere il Lulli francese; ad eguagliarla, vorrebbesi in oggi l’impudenza d’asserir Parigino il Rossini, perchè in Francia trasse lunga dimora.
Non per questo mancarono sapienti giudizj e confessioni sincere dall’autorità di quel trattatista. Specialmente apprezzabili sono le di lui sentenze intorno al canto. Questo, conviene anche Rousseau che deve sempre signoreggiare la musica.
La vera armonia piacevole e costante deve sortire da ciò ch’egli chiama Unità di melodia.
L’armonia non è che un piacere di pura sensazione, e il godimento de’ sensi è sempre breve; mentre il piacere della melodia e del canto è un piacere d’interesse e di sentimento che parla al cuore, e che l’artista può sostenere a lungo e rinnovare a forza di genio.