Sôma giunse a formare un trattato di musica Indiana, interpretando approssimativamente il più antico trattato indigeno tramandato col nome di Sangita Ratnakara ed altri modi di canto consimili. — Horn Carlo Edwardo pubblicò in Londra, 1813, un libro sulla Melodica indiana. — Willard, a Calcutta, nel 1834, un trattato di musica dell’Indostan.

Rossellini s’intrattenne sul canto della Cina, osservato quale monumento civile. — Champollion di quello Egiziano, come grammatica.

Rawlinson, intese a spiegar la storia del canto Assiro-Fenicio-Caldeo-Babilonese, dalle imagini de’ monumenti[193].

Federico Reise, maestro nel Brasile, indagò le Musiche Indiane e Brasiliane, Monaco 1824; Bachmann ritornò sulle antiche di cui già avea trattato (Erlangen 1792); Zalluski Carlo su quelle Cinesi, Venezia 1853; Breton Ernesto sulle Ateniesi, Parigi 1862.

Salvador Daniel descrisse il canto dei Kabili in relazione a quello degli Arabi.

E tante storie delle Missioni e de’ Viaggi ci diero più o meno contezza dei canti presso i popoli selvaggi, i quali benchè raccolti da regioni in latitudine diverse, confermano l’osservazione della comune loro povertà, causata principalmente dal breve numero di suoni che entrano nei loro concetti melodici, e quindi monotoni nelle forme. A mo’ d’esempio, i canti de’ Caraibi neri s’aggirano su quattro note soltanto, e traggono tutto il loro spirito dal ritmo marcatissimo, come riscontrasi nella Polynesia (Nuova Zelanda), nel Canadà, e nell’Australia; il che risveglia il sospetto d’un’origine ebraica. Così il canto dell’Affrica, che sente peraltro di più alle forme dell’Arabia e di Egitto[194]. Anche i Cinesi e Malesi appariscono usi a cantare sur una scala di sole cinque note, sprovvista di mezzi tuoni e quindi anche di significazione melodica.

Nè ciò fa meraviglia se osservasi che anche presso popoli più civili, adesso tanto progrediti nell’arte, anticamente limitavansi i canti formali a scale di poche note. Vedemmo de’ Greci, de’ Romani e dei primi Cristiani. Ne abbiamo prove dalle raccolte fatte per Carlo Magno, colle quali il suo genio intese formare la storia popolare delle Gallie[195]; dagli antichi corali della chiesa d’Occidente e Orientale, dove Sant’Anastasio in Alessandria aveva un recitativo più piano ancora dell’Agostiniano; dal trattato di S. Odone, della cui melodia organizzata conservò traccie ancora il Gafori accanto i non meno piani riti Ambrosiani[196].

Che se nelle chiese greche, copte, siriache, etiopie, armene e di tutta l’Asia, riscontransi i canti ornati d’appoggiature, di gruppi, trilli e portamenti, con antico stile immobile e inveterato, come ogni canto popolare orientale, questo dobbiamo attribuirlo alle tradizioni spontanee degli esecutori, al di fuori delle strette forme metodiche.

Fra gli Arabi più vaghi e licenziosi, s’indicano come storiografi della musica: El Kindi (Ahmed), figlio di Osman Jahja (o Mekki) raccoglitore di canti, che lasciò due libri e una introduzione, ed altra raccolta di 14,000 modi cantabili; Koraiss, autore della Scienza de’ Canti, an. 838 di C.; El Fârâbi, secondo maestro, che diè un Trattato, fra gli anni 900-950 di C.

Ali-Ibn-Nafi-Serjab, cantore e poeta, che stabilì in Andalusia una scuola, continuata poi dal figlio Abderrahman, ambi celebri non meno in Ispagna che a Bagdad, ove voglionsi conservati i loro libri (821). E nella stessa epoca, Ishak, figlio d’Ibrahim, di Koufta, famoso cantore, ed egli pure cantore e suonator di liuto, prezioso al suo Califfo come la gioventù, la gioja e la vita, cui parea che al suo canto si estendesse il proprio impero, lasciò numerosi libri di canti, di suoni, di ritmi, di biografie e notizie di cantori, di metodi e di battute, perocchè di quest’uso, a lui che batteva con canna di bambuk, s’attribuisca l’invenzione; competitore del sommo Mocharik alla corte di Aaron-Rascid, per cui finì in esilio. Pel predetto Califio anche Jélih, della Mecca, raccolse i cento canti.