Altra prova più decisiva.

Feci cantare ad italiani le più belle arie di Lulli, — (tanto vantato dai francesi e ritenuto come lor gloria nazionale, mentr’il fiorentino non facea che adattarsi alle loro maniere; per quella guisa che anche un Verdi mostrò poi di saper attagliarsi a’ gusti stranieri) —; e diedi a trattare a musici francesi arie di Leo e di Pergolese: ed ho rimarcato che questi, benchè fossero ben lontani da cogliere il vero gusto di tali pezzi, essi ne sentivano peraltro la melodia, e ne tiravano alla loro maniera frasi cantabili e gradevoli.

Ma gl’Italiani solfeggiando molto esattamente le arie francesi le più patetiche, non hanno potuto mai riconoscervi nè frasi, nè canto; non erano per loro che note poste senz’ordine e come per caso, musica priva di senso; essi le cantavano precisamente come voi leggereste parole arabe scritte in carattere francese.

Non pertanto, i musicisti francesi pretenderebbero ricavare un vantaggio da questa notabile differenza: noi eseguiamo la musica italiana, essi dicono con la loro baldanza accostumata, e gl’italiani non possono eseguire la nostra, dunque la nostra è migliore.

Non s’avvedono che dovrebbero tirarne una conseguenza totalmente contraria, e dire: dunque gl’italiani hanno una melodia e noi non ne abbiamo.

Terza esperienza di Rousseau.

Vidi a Venezia un Armeno, uomo di spirito, che non avea intesa mai musica, e davanti il quale si eseguiva in uno stesso concerto, un monologo francese, ed un’aria di Galuppi. L’uno e l’altra cantati furono mediocremente da francesi, e male da italiani. Rimarcai nell’Armeno, durante tutto il canto francese, più sorpresa che piacere; ma osservarono tutti gli assistenti, dalle prime battute dell’aria italiana, che il suo viso e i suoi occhi si raddolcivano; egli era incantato; seguiva coll’anima le impressioni della musica, e benchè egli non intendesse la lingua, i semplici suoni gli causavano un sensibile rapimento. D’allora in poi non gli si potè più fare ascoltare alcun’aria francese.

Il francese filosofo ed autore dell’Indovino del Villaggio[200], che tanti fatti l’hanno reso dubbioso perfino della esistenza d’una francese melodia, e gli hanno fatto supporre che questa potrebbe essere niente altro che una specie di canto-piano modulato; che non ha niente d’aggradevole in sè, e non piace che coll’ajuto di qualche ornamento arbitrario, e soltanto a quelli che sono convinti di trovarlo bello.

Che tale musica è sopportabile appena alle stesse orecchie francesi quand’ella è eseguita da voci mediocri che mancano d’arte per farla valere; mentre ogni voce è buona per la italiana; perchè le bellezze di tal canto sono nella medesima musica, a differenza che quelle del canto francese non sono che nell’arte del cantante.

Alla perfezione della melodia italiana, trova il concorso delle tre condizioni indispensabili — la dolcezza della lingua — l’arditezza delle modulazioni — la rigorosa precisione del tempo — d’onde tutte le attrattive e la energia.