I poeti vestirono di nuove forme la parola, perchè al canto meglio s’attagliasse. I Greci infatti non ebbero poesia che non fosse al canto obbligata. La lirica cantavasi con accompagnamenti istrumentali: onde fu chiamata mélica. Il canto della poesia epica e drammatica era più sobrio d’inflessioni, ma non era meno per questo un vero canto; e tutti gli scritti degli antichi intorno alle loro poesie incontrastabilmente lo provano.

Bene argomentò in proposito M.r De Cahusac, insegnando doversi prendere nel vero e letterale lor senso le parole con le quali Omero, Esiodo, ed i classici e più antichi cantori iniziarono i loro poemi. L’uno invita la sua Musa a cantare i furori d’Achille; l’altro canta le Muse stesse, perchè le loro opere non erano fatte che per esser cantate.

Così fra poeti ebrei, nel medesimo Cantico dei Cantici, attribuito a Salomone, e che qualche autore pretende altro non sia che l’epitalamio delle sue nozze colla figlia del re d’Egitto, mentre i teologi lo dimostrano siccome emblema d’altra mistica unione, il sig. De Cahusac non vede che un’Opera perfetta e ammirabile; le scene, i recitativi, i duetti, i cori non vi mancano; ed egli non dubita che non sia stata rappresentata tale Opera cui propriamente si diè il nome di Cantico.

La espressione di questa parola canto, nella poesia, non cominciò diventare figura che più tardi, presso i Latini, i quali serbando l’effettivo canto alle tragedie e a qualche oda, introdussero per le altre poetiche composizioni il recitativo.

Vere e naturali canzoni erano quelle di Lino e di Orfeo, e quelle di Erifano che seguiva le traccie del cacciatore Menalca. Canzoni quelle che l’antico greco, cui furono nutrici le Muse, insegnò primo in Beozia, e che il cieco suo rivale sposò alla magica lira. Canzoni, le gravi monodie di Stesicore, e gli epitalamj di sua invenzione[16]. Canzoni, i melanconici racconti delle greche donne sulle avventure di Calice morta d’amore per l’insensibile Evalto, e delle figlie del loro re Pandione sfuggite al seduttore Tereo colle penne de’ più vaghi uccelli cantori; le istigazioni vendicative e sconcie di Tespi; gl’inviti bramosi di Sileno e di Bacco; le odi argute e immaginose d’Anacreonte, e quelle sublimi di Pindaro le poesie appassionate e ardenti di Saffo, e quelle della giovane Erinna sua discepola e amica (600 an. av. Cristo). Veri cantori tutti i lirici poeti; come i Coreisciti fra gli antichi Arabi, custodi del santuario nazionale (Caaba) e delle nazionali tradizioni, dalla cui tribù poi nacque il cantore e veggente Maometto (571 dopo Cristo).

Vero canto l’antico linguaggio quando servir dovea alle più vive o alle solenni espressioni. — All’aprir dei banchetti, all’accompagnamento delle danze, all’elogio della virtù, al lamento delle sventure, alla separazione dai defunti, gli antichi usarono il canto.

E da queste unioni che ci descrissero Dicearco, Plutarco, ed Artemone, si può riconoscere la formazione dei primi Cori.

Lo studio della Corodia divenne quindi parte precipua nelle greche Scuole, sia per raddolcire i costumi dei giovani; sia per informarli delle sacre dottrine e delle patrie storie, dai sacerdoti e poeti descritte nei Canti; sia per l’igienica vista di concorrere anche coi polmonari esercizj al fisico sviluppo ed equilibrarlo a quello mentale, secondo il sistema de’ loro Gimnasj[17].

Dalle invocazioni che gli antichi greci innanzi di porsi ai conviti, uniti insieme e d’una sola voce rivolgevano alla Divinità, traggono origine, come opina La-Nauze, i primi cantici sacri.

Infatti i greci davano questo nome a certi monologhi appassionati delle loro tragedie, che si cantavano sui modi ippodorici o ippofrigi (Aristotile)[18].