Il forte Achille cantò sulla nave dei Mirmidoni, e frenò col canto la giusta sua ira contro Agamennone che Briseide gli avea rapita. Alcibiade tornò fra i Cantori dall’esilio, mentre accompagnavano il coro i tonfi de’ rematori.

I Greci che introdussero le feste teatrali, le corse de’ cavalli e de’ carri, ignote agli Egizj[14], perfezionando col loro ingegno anche i musicali istromenti, poterono renderli compatibili al canto, associarli alla musica vocale, ed introdurli nelle festive e religiose cerimonie, non però senza difficoltà e corso di tempo; mentre quegli utensili sonori di cui gli Egizj ci lasciarono traccie ne’ monumenti (il pholiux, il timpano, il sistro, la tuba), benchè dovuti alle invenzioni delle loro Deità, poco gradevoli, come lo dimostra Claudiano, non potevano essere ammessi almeno da sacerdoti all’accompagnamento dei riti.

È probabile che per primitiva imitazione soltanto, l’istesso Pitagora s’abbia acquistata fra i Greci la fama di scopritore di quella corda con cui misurava gl’intervalli de’ suoni (che anticamente erano soli quattro, non considerando gli altri che come ripetizioni); e similmente Tepandro e Timoteo, pei loro miglioramenti introdotti a quell’arnese musicale: così Telefano di Samo ritenuto inventore del flauto; ed Erodoro primo autor della tromba, a sussidio de’ greci canti.

Basta accennare che il re africano Jopa, perito nelle scienze della natura e nell’arte del canto, ben prima di Pitagora accompagnandosi cogli accordi di quell’istrumento svelava le vie de’ cieli dai lidi fenicj.

Ma non tardarono anche gli Egizj a valersi dei perfezionamenti greci, appena giunsero a conoscerli, e col solito ricambio d’arti e di costumi, il regno dei Tolomei accolse i riformati cantori; onde nella gran festa di Filadelfo, descritta d’Ateneo, perfino seicento persone d’ogni nazione formarono un coro, trecento delle quali erano e cantori e citaristi.

Ivi pure, i re medesimi finirono abbandonandosi ai nuovi canti; e l’ultimo de’ Tolomei di star fra i cantori era vaghissimo.

Con egual costume fra gli Ebrei, appena Samuele, secondo le sacre carte, fondò una scuola compendiante in allora la poesia nazionale e la musica, i re ne addivengono in uno ed allievi e protettori: Saule infiamma i suoi guerrieri coll’arpa e col canto; Davide regola un coro di quattromila cantori, tre maestri del Santuario, e duecentottantaotto pei Leviti, convocando, consigliando, e ordinando che ogni Nazione lodasse Iddio con suoni e canti (Sal. 93, 97)[15].

Salomone suo figlio e successore, secondo afferma Giosefo, si fa capo di duecentomila stole di lino, o cantori, che impiega nella dedicazione solenne del suo gran Tempio; massa corale non incredibile, se si pensa alle condizioni di quel popolo, di que’ canti, di quelle abitudini, e se in oggi riscontransi gli enormi concerti degli Oratorj biblici Handeliani che riproducono l’Israele al Cristal-Palazzo di Londra.

In Grecia dunque, dove primamente vennero tali cori ordinati, troviamo Esiodo farsi capo d’una intera scuola di cantori: la prima che dalle storie ci apparisca, e formata in Beozia.

Resta però sempre comune il canto e indipendente nel popolo alla semplice scuola della passione, al richiamo del riso, all’espressione della esultanza; e la prosa cadenzata dei mimi diverte anche nel monodramma.