È fatto irrecusabile che l’Egitto fu prima culla dell’arti e delle scienze. Se Diodoro di Sicilia potè assicurare che gli Egizj teneano la musica come arte frivola e pregiudicevole, ei non ebbe a dir tanto del canto: ed anche ai riguardi della musica, altri autori non meno di Diodoro stimabili, affermano anzi che Mosè e Pitagora l’abbiano appresa da loro.
Erodoto, Platone, san Clemente d’Alessandria, ed altri, vollero che l’asserzione di Diodoro non si dovesse ammettere senza restrizione, e che solo intendere si dovesse, come l’antica sapienza certo genere di musica ritenesse corruttore, o l’abuso dell’arte spregievole. Limitazioni consimili applicavansi ad ogni disciplina che influenzare potesse sui costumi, e sui principj caratteristici di quella nazione.
D’altronde, Diodoro medesimo conviene che la indifferenza per la musica presso gli Egizj non era generale, e che Osiri l’amava moltissimo.
Dalle spiegazioni poi di Strabone, che, ammettendo il divieto a que’ popoli d’usare istrumenti nelle cerimonie di religione, assicura vaga e bene istrutta la gioventù egiziana de’ vari canti stabiliti, è giusto inferirne che le leggi sospettose e restrittive non riguardassero che l’uso de’ musicali strumenti, ben noti agli Egizj, come lo provano le dipinture antichissime di Palestina e di Ercolano; e che non dovevano turbare la serenità delle giubilazioni e delle preghiere affidate alle espressioni delle voci; legge da altre religioni imitata.
Non patirono certamente divieto le coltissime madri egiziane di porgere il nutrimento di vita ai loro figli insinuando loro nel tempo medesimo il primo educamento gentile colle melodie della propria voce, come poscia tutte le madri e nutrici acquetarono i loro bimbi colla dolcezza del canto.
Quali poi fossero i canti egiziani è supponibile, ma non è constatato: nè vale per questo congetturare con l’ab. Roussier sul musicale sistema a loro attribuito.
Fatto è che cantavano nelle feste, ne’ funeri, e ne’ sacrificj. La storia degli Ebrei, sortiti di Egitto, chiaramente lo conferma; ed essi medesimi, che da altri non aveano potuto apprenderlo, piamente o scelleratamente lo mostrano, invitati da Mosè ne’ trionfi, o condannati se fra canti e balli idolatri li discopre attorno il vitello d’oro al suo discendere dal Sinai.
Nella gran terra poi dove la poesia ebbe il maggior sviluppo, e a cui fu dato il merito sommo di averla mirabilmente al canto sposata, Siagro sarebbe stato il primo a cantare in versi la celebre guerra di Troja. Quindi Omero, principe della poesia greca non solo, ma una delle più splendide glorie musicali, perchè compositore, maestro, sonatore e cantante.
Infiammato il popolo alla voce de’ suoi grandi cantori, meglio che quel d’Israele, spinto da felice natura, ed educato da tanti filosofi, nel cui studio fu primo Pitagora, coltivò sovranamente quest’arte.
I guerrieri non potean dirsi completi se non erano valenti anche nei canti; quindi Tirteo insegnò quelli per cui Sparta e i Dori infiammavansi prima d’uscire alla lotta.