Perocchè in Grecia, dove riconosceasi la musica propriamente detta, l’arte, qual è veramente, delle emozioni piuttosto che dei pensieri, si riteneva anche quella semplice lirica strumentazione legata in dipendenza alla poesia; così che i poeti erano musici, mentre questi non eran poeti.

Chi era potente d’ispirazione e di voce per accentare i propri versi col canto, era il vero poeta cantore. E un tal canto era sobrio, espressivo, tonante.

Anche un Pryni, che introduceva innovazioni sue in questo modo di canto, venne biasimato acremente da Aristofane, ligio alle antiche usanze de’ Greci che si limitavano a pochi suoni.

L’esempio medesimo abbiamo dagli antichi biblici, in quel Giobbe che lamenta e condanna la confusione de’ strumentali clamori col canto.

Che se questi consideravano la musica come una maniera essenziale d’accentare la poesia, tennero in primo luogo la virtù del canto per esprimere quelli accenti che dai pochi suoni della musica potevano essere imitati.

Ed anche l’accento, credettero da prima i Greci, doversi circonscrivere nell’intervallo di un solo quarto. Più tardi, i musici cercando la varietà, estesero i suoni della scala e lasciarono intervalli maggiori, e ne nacquero le varie usanze; onde anche il canto a seconda dello stile, dell’indole e della moda, assunse le diverse maniere che, Frigia, o Dorica, o Lidia, s’addimandarono: finchè passando da una maniera all’altra, e queste fra loro intrecciandosi, l’accentuazione musicale prese un’espressione più viva e passionata.

Il canto divenne oggetto di studj e d’osservazioni particolari; e se per sè stesso non ebbe onoranza divina come nell’India, pervenne a nobilissimo culto; e Adraste, vissuto ai tempi d’Alessandro, ce lo ha dimostrato nei tre libri che scrisse intorno alla musica.

Alcuni di quei modi che aveano introdotto tanta varietà ed esagerata estensione nei canti, furono da Platone rifiutati siccome capaci di alterare i costumi; ciò che faceva anche Aristotile escludendo i modi i più elevati; finchè Tolomeo li ridusse a sette soltanto[20].

L’antica filosofia riscontrò nel canto tre indispensabili elementi, onde lo definirono modificazione dell’umana voce — che forma variati suoni — e li determina. Quindi gli accenti della voce parlante, la durata e successione de’ suoni, ovverossia, la parola, il suono e la misura.

Platone ripose la Melodia nel semplice discorso ov’egli intende il canto della parola, la dolcezza dell’accento.