E l’accento, modificazione della voce parlante, fu definito da Sergio, quasi canto; e da Dionigi d’Alicarnasso, seme d’ogni musica.

È un fatto che la diversità degli accenti è la vera causa che rende le lingue più o meno musicali; dal che ne segue che a seconda della loro mancanza, manca la melodia, e la lingua è più monotona, languida e scipita; ammenochè, dice Rousseau parlando delle lingue, quella non cerchi nel rumore e nella forza de’ suoni la vaghezza che non può trovare nella varietà degli accenti.

Rousseau parlando dell’accento patetico ed oratorio, ch’ei lo dice obbjetto il più immediato della musica imitativa teatrale, nota come la melodia speciale d’ogni nazione, sia generata dall’accento della rispettiva lingua. Una semplice differenza d’imaginazione o di sensibilità, ne cagiona una infinita nell’idioma accentato de’ popoli.

Segue Rousseau: «l’Alemano, per esempio, alza egualmente e fortemente la voce nella colera, ei grida sempre sul medesimo tuono: l’Italiano, che mille movimenti diversi agitano rapidamente e successivamente nel medesimo caso, modifica la sua voce in mille maniere. Lo stesso fondo di passione regna nella sua anima; ma quale varietà d’espressioni ne’ suoi accenti e nel suo linguaggio! Il musicista che sappia imitarlo, dovrà a questa sola varietà l’energia e la grazia del suo canto.... E qual sarebbe il rapporto della Musica al discorso, se i tuoni della voce cantante non imitassero gli accenti della parola?...»

Cosa risponderebbero gli odierni sapienti musicisti, all’antica sapienza che facea della parola il primo elemento, il mele, il seme della musica; dottrina confermata da tanti secoli, fino alla perentoria stretta domanda del non antico filosofo e musico Ginevrino?..

Cosa risponderebbero coloro, che van tenzonando nell’abbujato aere della questione, discorso della musica e musica del discorso?!...

Qui vi sarebbe da scrivere un libro, non inutile affatto alla storia del canto, bensì nocivo alla pazienza del lettore, libro che non iscrivo, ma stringo in due sole e recenti risposte.

Il letterato tedesco Alfonso Karr disconosce ogni rapporto fra la parola e la musica, ed impreca a quel barbaro che osò la prima volta porre le parole sotto la musica[21].

Schietta confessione di chi conosce l’indole propria e il proprio idioma negativi al bel canto. Confessione, che ad altri più felici d’indole e di lingua suonerebbe bestemmia, ma che trova scusa nel medesimo esempio premesso dal Ginevrino filosofo, e che giustifica la predilezione che in generale hanno i tedeschi per la musica strumentale adatta al lor genio, mentre provano un certo disdegno per la vocale cui la natura lor si ribella. Confessione confermata dal grande Beethoven che si trovava arrenato le poche volte ch’ebbe a comporre sulle parole.

Non per diversa cagione, ma per questa medesima difficoltà, anche i francesi fino ai nostri giorni sostennero non doversi nei drammi riguardare la musica che quale accessorio: e gravi loro autori, non per deferenza ai nostri, ma per trovare anche in questi un appoggio, fecero il gran merito ad Apostolo Zeno «d’essere stato il primo poeta italiano che abbia insegnato a’ suoi compatrioti questa bella dottrina, dando a loro nelle sue opere un’imagine delle buone composizioni teatrali francesi!»