Spogliossi in parte di quella mollezza propria ai popoli del mezzogiorno e che traspira tuttora dalle canzoni tutte piene di tuoni minori, per cui trovasi rassomigliante all’arabo stile il patetico fare dominante nelle terre d’Iberia e di Magna-Grecia.

Sulla lira la umana voce cominciò in Grecia a trattare gli argomenti più serj; e dalle nenie, dal vino, e dagli amori, passarono i canti fino alle rivelazioni della scienza.

Troviamo adunque Aristotile che moralizza cantando intorno alla morte di Ermia; come Pitagora ridonava la salute cantando.

A mantenere lo spirito di patria e di indipendenza, a celebrare i martiri e gli eroi, s’adoprano i canti echeggianti specialmente dai monti, dall’Olimpo, dal Pelio, dalle balze Tessaliche, dal Pindo, dall’Agrafa, dove aveano prediletta stanza le omeriche muse e dove tuttora i poveri Klefta, loro discendenti, sciolgono i lamenti e ingloriano nelle cleftiche canzoni la fedeltà dei padri e il valor che fu terrore dei Turchi.

Ad estrema onoranza dei loro Re, gli Ateniesi, come insegna Platone[37], sceglievano una truppa d’uomini e di garzoni, tutti abbigliati di lunghe vesti bianche, e portanti corone e rami di cipresso da deporre a profumo sui roghi o da ombreggiare le tombe, i quali lungo la marcia funebre cantavano versi di lode secondo le virtù del defunto. Roma poi che adottò specialmente i riti dell’Attica, anche questo accolse, ed aggiunse il costume dalla Egizia sapienza originato, che l’Areta Archimimo, durante quel coro, imitasse i pregi e i difetti dell’estinto, a specchio e a lezione de’ posteri.

Per le manifestazioni religiose divenne classico il tetracordo dei Greci, a cui ricorse dopo tanti secoli anche S. Ambrogio per le riforme del canto ecclesiastico, già allora diffuso generalmente con forme alla greca melopea.

Divenne infatti fra i Greci, come era stato fra i Cinesi antichissimi, che — quante emozioni l’uomo prova nella contemplazione della natura o nelle sociali relazioni, le virtù che importa insinuargli, i sentimenti d’amore o di odio che possono germogliargli in cuore, trovavansi espressi ne’ poetici canti. —

Così fra gli Arabi antichi e gli Abissinj; fra gli Armeni e i popoli tutti dell’Asia, di cui Grecia raccolse la sapienza, e se ne fece, dirò così, specchio concentrico e depuratore: chè, da per tutto, Indi, Cinesi, Egizj, Africani, usato aveano invitare coi più dolci canti all’amore; cantare esulando e rampicandosi sulla montagna dalle cui vette vedeasi la patria; e lungo a quelle contrade, la donna derelitta avea fatto della voce un ululato piangendo l’ingratitudine e la incostanza; la vergine trascurata avea ripetuto que’ ritornelli elegiaci di stupenda efficacia gemendo la perdita de’ vezzi suoi, mentre ogni cosa ad amare si riconcilia; lo scultascio con funereo strido avea invocata la morte su quella del suo signore; il mandarino avea insegnato lamentare lo smarrir della luce dal tempio, o l’invecchiare d’un albero sotto ai cui rami un re popolare s’era assiso rendendo giustizia; e un coro d’innumerevole popolo avea sempre echeggiato alle proposte di gioja o di doglianza.

I primi astrologi Asiatici ed Africani, discepoli questi di Atlante, aveano dato l’esempio di rivelare le maravigliose armonie de’ cieli col canto. Sappiamo da Virgilio quali altissime cose trattasse in sulla aurata cetra il crinito Jopa Cartaginese, secondo che gli avea insegnato il massimo re di Mauritania cui s’attribuiva la potenza simbolica di sostener cogli omeri il cielo[38].

Figurazione sublime di quella forza che sovviene allo spirito nelle strette più grandi e quando sembra fuggire lo richiama alla virtù e all’eroismo. Le storie ne danno poi spiegazione coi fatti: ed ecco il canto farsi leva al coraggio dei Maccabei tormentati in Antiochia; degli Ebrei sopra i fiumi e nelle voragini di Babilonia[39]; de’ Profeti sulle rovine di Gerosolima; i trenta Sogdiani tratti a morte da Alessandro; gl’Iberi crocefissi dai conquistatori, e da Strabone creduti pazzi perchè cantavano nel supplizio[40], come i martiri della fede, soleano sfidare i loro carnefici.