Persi ed Indiani più d’ogn’altro popolo, insistevano coi canti attorno i loro morti per liberarli dal sonno cui non giungono le armoniose dolcezze. E vediamo ancora ai tempi di Marcellino, nei funeri di Grumbate, principe reale di Persia, ripetersi le nenie per dieci giorni col costume patrio del defunto[41]: e dal suaccennato Macrobio, ministro dell’imperatore Teodosio, sentiamo raccomandare il canto generalmente usato, e sanzionato da molte religioni, nella persuasione che le anime ritornino ad originem dulcedinis musicae (idest ad Coelum)[42], le cui porte per nessun altro scongiuro possono aprirsi.
Ignoti e remoti popoli, ricomparsi alla conoscenza degli Europei per le scoperte di Cristoforo Colombo, e presso i quali si rinvennero segni non dubbj d’una civiltà antica, quali le tribù dell’Orenoc, manifestarono particolarmente la prerogativa loro nel canto guerresco e religioso, raffinato ben più che a lingua selvaggia s’addica, e alla espressione di elevati concetti rivolto.
Come gli Atlantici, gli antichi Galli egualmente dissero Cantori, e coronarono di verde fronda quei savj interpreti della natura e delle superne cose, che sotto il nome di Bardi veneravano come sacerdoti, profeti, poeti e musicisti ad un tempo. I Bardi conducevano i popoli peregrinanti, presiedeano alle nozze, rallietavano i funeri, infiammavano i guerrieri, imprecavano allo straniero conquistatore (Cesare). E i Bardi non erano che cantori[43].
Gl’iniziati de’ Druidi e le Sacerdotesse di Herta cantavano rallegrando le marcie degli antichi Germani, e le voci delle donne e dei soldati ajutavano l’accordo nelle costruzioni delle opere militari; come più tardi supplirono a tale ufficio gli strumenti venuti in rinomanza speciale presso a que’ popoli.
Anche in Persia, attesta Chardin, che per antico costume usansi i canti ed i suoni nei lavori edificatorj e dove richiedesi l’opera pronta, concorde e zelante d’una moltitudine di braccia o d’un concorso d’abitanti. Tuttora fra noi rileviamo l’imagine d’una tal costumanza, non solo per regolare le marcie e per concertare le masse operaje di tante nostre industrie; ma nei rozzi canti in cui cercano ancora la misura e l’accordo gli artieri sudanti nella monotona fatica di battipali.
I cori di un popolo nel folto dei boschi, o nelle aperte alture, o nelle echeggianti misteriose grotte quali, ci lasciano imaginare gli aratori di Romolo, i sacerdoti di Numa, o ci descrivono Cesare e Virgilio, vediam riprodotti nelle spensierate turbe agricole dei nostri tempi, nelle desolate truppe di schiavi delle colonie, nelle marcie de’ soldati, nelle opere de’ cavatori.
Lo sparuto e melanconico minatore, sepolto nelle più profonde miniere dell’Ercinia, sulle cui labbra mai si vede spuntare un sorriso, compresso tanto nel cuore, onde si cercherebbe in lui inutilmente quella affabilità che distingue i liberi montanari, sempre triste e taciturno, non depone il conforto della sua pippa che per quello dell’altra sua prepotente passione, il canto corale.
Dagli argomenti diversi svolti col canto, e dalle differenti caste de’ cantori, assunsero le composizioni relative nomi speciali; quindi le canzoni bucoliche, le pastorali, le epiolie, o ymée de’ macinatori e calcatori, le bacchiche o libatorie, linie (naenia)[44] o funebri, epitalamie o di nozze, nunnie o ninna-nanna, catabaucalesi delle nutrici. Fra i canti sacri (Hymnes) distinguevansi, le jule di Cerere, le filelie d’Apollo, le upingi di Diana, le erotiche alle deità dell’amore.
Se i Latini ne abbiano coltivata la scuola, lo sappiamo dai poeti, dai sacerdoti, dagli imperatori[45], e dal popolo romano vago di quelle dolcezze; e lo sentiamo tuttora dai galanti Provenzali, dai patetici Trovatori, dagl’ingegnosi Claustrali, e dal libero Italo genio che regna nel nuovo soggiorno delle Muse, nella terra deliziosa specialmente sacrata all’armonia.