L’Alighieri infatti, il quale colla frase dell’Aretino «dilettossi di musica e di suoni» onorò un Belacqua che al suo tempo avea rivestiti canti e concertate note in tali forme da maravigliar l’animo del divino poeta avezzo a fissarsi nelle più sublimi cose; onde nel suo Convitto ebbe a dire: «la musica trae a sè li spiriti umani, che sono principalmente vapori del cuore, sicchè quasi cessano da ogni operazione; si è l’anima intera quanto l’ode, e la virtù di tutti quasi corre allo spirito sensibile che riceve il suono[79].»
Nel secolo decimoquarto, dopo le musicate canzoni e lunghe di molte stanze in cui Dante volle riserbato il volgare altissimo e il tragico stile, messer Boccaccio certaldese e Giovanni fiorentino, sul finire di ciascuna giornata dei loro novellieri, volgeano a cantare nelle brigate gentili le loro ballate di volgare più facile e famigliare (1313-1375). Giullari e cortigiani ricorrevano al Petrarca per aver cose sue da cantare nelle sale e nelle piazze d’Italia (1304-1374).
Jacopo da Bologna e Giov. fiorentino musicarono il medesimo suo madrigale «Non a ’l suo amante più Diana piacque», e Ser Lorenzo (forse Masini) quello «Come in sul fonte fu preso Narciso».
Francesco Sacchetti componeva ballate, ed egli medesimo dava a loro il suono (1355-1400).
Un Jacopo toscano, l’architettore forse del tempio d’Assisi[80], era stato maestro per cantare a un Gherardello, ricordato dal Villani con altri cantori di quel tempo che in Firenze eransi resi celebri, quali Lorenzo Masini, Don Paolo tenorista, e Fra Andrea maestro in S.ta Maria del Fiore.
I medesimi sunnominati scrittori Filippo Villani e F. Sacchetti fanno menzione di Fra Carmelito, di Gian toscano, del Cicogna, dello Scapuccia, del benedettino Donato da Cascia, musicisti; e di un Giovanni da Cascia che dopo aver poste le note alle messe pel duomo di Firenze, passò alla corte di Mastin della Scala in Verona, per far mandriali e suoni, in gara con altro compositore bolognese, forse quel ser Jacopo medesimo che fu compagno e continuatore dei lavori di Arnolfo, o un fra Bartolomeo benedettino nominato in quel tempo.
Perocchè allora la musica con l’aritmetica, la geometria e l’astronomia faceva parie del quadrivio scientifico in cui s’informavano gli uomini d’ingegno e di studio. Come tale rifuggiva dal frastuono delle ferrate mazze, delle lotte di parte, onde per quelle specialmente de’ Guelfi e Ghibellini, trovò un primo e curato asilo appo i Francescani, i quali d’altronde con siffatto mezzo meglio attiravano il popolo ai templi.
Ma sopratutti i chiesastici, modulatore di dolcissimi canti fu Landini Francesco, nuovo Omero toscano. Nato in Firenze nel 1325, acciecò da fanciullo pel vajuolo, e come disse il Villani, cantò per alleggerire l’orrore della sua perpetua notte. Giovanni da Prato lo encomia siccome musico teorico pratico; e Coluccio Salutati segretario della repubblica, dice del Landini: «Glorioso nome alla città nostra e lume alla chiesa fiorentina proviene da questo cieco». Lo si ricorda dai cronacisti siccome la delizia delle brigate eleganti di Villa Paradiso, dove accompagnava i suoi canti colla Sirena delle Sirene (limbuto o mezzo canone) strumento di sua invenzione. Egli medesimo poi dettò in esametri la sua apologia con fare dantesco. Era zio del riputato messer Cristoforo poi commentatore di Dante. Ammirato dai Signori di Cipro e d’Austria. Fu coronato d’allòro in Venezia intorno al 1362, dov’erano convenuti illustri principi; e moriva nel 1397.
In quel tempo famigerati cantori erano pure Filippotto da Caserta e un Antonello suo concittadino e seguace.
A Padova brillava in rinomanza il Marchetto proverbiale maestro de’ musici; ed ivi pure, un Dattalo e un fra Bartolino.