Ho altrove mostrato[1] e ripetendo qui mi giova premettere che, Pitagora, il genio della metempsicosi, il filosofo che intendea le anime formate dalla armonia, colla quale volea farne rivivere le facoltà, come dalle armonie celesti le credeva in terra nelle singole anime primieramente raccolte, fece nella Magna Grecia le sublimi sperienze di ridonar la salute e la vita coll’arte divina che i primi fisici e savj impiegarono a calmare i dolori, a sperdere i malinconici filtri, a frenare i deliri, a ricostituire l’ordine, la calma nelle commosse menti, nelle fibre alterate.

E forse per questo, l’antica Indiana sapienza ritenne la musica di origine divina, come la parola.

Per questo, ed è mio pensamento, in tanti paesi dell’Indie professano i popoli sommo culto al loro animale l’elefante, che all’utilità de’ suoi servigi associa l’istinto speciale di farsi meglio pieghevole e più intelligente alla forza del canto; onde anche in oggi gli Siamesi addomesticano con questo mezzo quegl’animali, e li solleticano ai più fecondi loro accoppiamenti.

Di tanto bene, di questo strumento il più perfetto e insinuante alla espressione delle armonie, a Brama, loro Dio, gl’Indiani attribuirono la invenzione; nelle sacre carte ne riposero la dottrina; e col sanscritto, lingua religiosa, trattarono le cose musicali.

L’essenziale di questa divina emanazione riconobbero nella virtù del canto; e la prima parte della sacra legge musicale è Gana, cioè il canto.

Per questa divinità, immutabili sono i sistemi dei canti Bramini, come quei di Confucio, che però non son privi di melodiali dolcezze, tramandate dalle più remote generazioni con sempre nuovo affetto, e colle passioni della vita e della parola.

Il Yo-King, antichissimo codice de’ Cinesi che andò perduto, conteneva i cantici ispirati dalle loro divinità «i vivi sospiri, le lamentevoli esclamazioni in cui la parola, troppo insufficiente, naturalmente prorompe, formando suoni in cadenze, canti pieni d’armonia[2]

Quindi Confucio, che insegnava a suo figlio non poter parlar bene senza saperne di canto; e i suoi seguaci autori dei famosi libri diventati la dottrina de’ savi, consacrarono l’accentuazione e la ritmica della parola, siccome immagine delle delizie celesti, esorcismo alle influenze malefiche, scandaglio alle inclinazioni de’ popoli, sollievo alla fatica dei coltivatori, condimento alle mense, calma alle agitazioni del polso[3], e in pari tempo regola della morale: ond’è che la musica tien sì gran parte nella coltura Cinese[4].

Per questi antichissimi insegnamenti, anche Platone, nel suo Protagora, mise il Mélos nel semplice discorso, significando con ciò il canto della parola, e quasi il mele (μἐλι) che discorre da essa; ed asserì che i suoni della musica, a seconda dei loro gradi e delle loro vibrazioni portano o le virtù od i vizj contrarj, nè si potrebbero cangiare senza alterare in un tempo la morale costituzione.

Aristotile, eterno contradditor di Platone, a quei sensi pur non si oppose; e seco lui si mise d’accordo per la potenza della musica sul fisico, sull’indole e sui costumi.