Senonchè diversi suoni, partes cantilenae, doveano concorrere alla formazione del canto, come il discorso di molte parole, plura Commata, di certi periodi e frasi, è composto.

Così i due linguaggi procedettero alla loro perfezione; e vennero l’uno a l’altro scambievolmente in ajuto, senza che mai stabilir si potesse una rispettiva priorità o dipendenza: che mentre talvolta la parola ispirò il canto, questo non meno alla parola fu ispiratore.

Bacchio insegna nell’Isagoge, come i Greci definito avessero il canto una dolcezza.

Virgilio addimostra come i Latini lo dicessero un incanto con cui vincevansi anche le serpi — cantando rumpitur anguis — e ritennero tale significato in quel nome, le razze che dai latini discesero[7].

Apulejo trova perenne un tale incanto nella natura. Mattutino lo attribuisce alle rondini; meridiano alle cicale; serotino alle nottole; vespertino alle ulule; notturno ai gufi; antelucano ai galli; i quali, egli dice, ci augurano e ci ammaestrano al risveglio; come il gufo al canto tremolo, l’ulula al lamentevole, la nottola all’avviluppato, le cicale e le rondini allo strepitoso e all’acuto.

Rodigino seguendo le nozioni degli antichi autori, quali Polluce, Luciano, Ateneo, nota cinque principali specie di cantilene formate dagl’uomini primitivi: moderata (Sophronisticen) quale usava il cantore di Clittenestra; encomiante (Encomiasticen), modo celebrato d’Achille; lugubre (Threnetricen); danzante o saltatoria (Orchematicen); inneggiante quale Omero volgeva ad Apollo (Peoniam), a scongiuro de’ mali e quasi medicatrice[8].

Ma se tali distinzioni valsero anticamente a specificare certi canti più celebri, non a questi soltanto s’attenne quell’innato linguaggio universalmente concesso.

Una delle migliori definizioni esplicanti la natura e la generalità di questa umana potenza, è quella dataci dal suaccennato Mercenne alla sua 2.a proposizione.

«Cantus est modulatio seu flexus et transitus vocis a gravi in acutum, vel ab acuto ad grave per intervalla concinna et harmonica, qui aptus est ad animae laetitiam, dolorem, aut alium affectum exprimendum, vel commovendum.»

Io credo inesplicabile altrimenti questo grande e naturale istinto, che poi divenne l’Arte di esprimere colla voce i sentimenti; quindi l’interprete della parola.