E più che la parola, fu legame validissimo d’intelligenza fra l’uomo e quegli esseri che non possedono la parola; in ogni tempo il cacciatore, che fu il primo a provvedere alimenti, attira ed arresta i volatili imitando i loro canti; alletta e prende i cervi col canto; e con questo, modulato nel zuffolo, le renne; oscillato sulla zampogna, gli orsi; rinforzato nel cavo d’un corno, ammansa il buffalo e l’elefante, educa il cane, richiama lo sparso sciame delle api; col canto fa sopportare le fatiche e la fame ai cammelli lungo gl’infuocati deserti della zona torrida, ai muli sulle dirupate alture della Sierra Morena; disarma la rabbia dei crotali americani e d’altri rettili formidabili, mentre alcuni di questi con simile mezzo avvisano l’uomo alla fuga dai velenosi loro morsi, o gli fanno presentire le convulsioni della natura; e nei mari Siculi e Corsi i pesci perfino meglio armati di seghe e di spade, seguono docili e improvvidi le barche sirene che colla cantilena continua apprestano loro le reti.
Fra gli Oceanici si può dir linguaggio comune e continuo il canto de’ selvaggi e degli animali, forse di quelli più semplici e istrutti: nè fa maraviglia, se ricordiamo che i colti Latini al conticinio e gallicinio affidavano la divisione delle ore, e, secondo Tito Livio, da simile canto, più che altro[9], riconoscevano la salute di Roma.
Miracolosi per la divinazione migliore di questo linguaggio, gli Asiatici ebbero i loro Ling-lum, i Kovei, i Pin-mu-kia, che trassero la parola dagli accenti del canto.
Questa voce naturale, comune, indefinita, fu prima ristretta dagli uomini dei varj paesi all’espressione di certe parole, s’unì a regole quasi uniformi, e perdette allora una parte della sua forza: che la parola significando da sola l’interno moto da esprimere, l’inflessione della voce diviene meno necessaria, e quindi anche in questo la natura riposa dove l’arte supplisce. E questo canto modificato è l’accento, più o meno marcato secondo i vari climi, secondo l’indole e le abitudini degli animali dalla parola.
Trovata questa, quegl’esseri che già possedevano il canto, se ne servirono per esprimere in maniera più viva il piacere e la gioja. Tali commozioni dovevansi pingere necessariamente nel canto con maggiore vivacità delle sensazioni ordinarie; quindi la differenza che passa tra il canto di comune linguaggio e il canto musicale.
È naturale il credere che il canto degli uccelli, le voci diverse degli animali, i varii suoni cagionati dai venti, l’agitar delle fronde, il mormorare delle acque, indirizzassero primamente a regolare i differenti tuoni della voce umana. I suoni erano nell’uomo; egli intese cantare; colpito dall’impressione degli esterni rumori, pei sensi e per l’istinto fu tratto all’imitazione. I concerti di voce furono dunque i primi. Quelli degl’istrumenti successero poi, e questi furono una seconda imitazione; chè in tutti gl’istrumenti conosciuti, fu la voce che si volle imitare.
Le filature, i gorgheggi, le risposte, gl’intervalli, le pause, il solo ed i cori, s’intesero prima fra il verde de’ boschi e l’azzurro de’ cieli; il garrito, il lamento, il rimbombo si sparsero per le valli; e mille organi differenti di voci, intuonarono canti più o men melodiosi, cui le caverne e gli spazj aggiunsero i risuoni, le gradazioni, le sfumature, il perdersi dell’ultime note. Bene espresse Lucrezio cantore:
«Ad liquidas avium voces imitarier ore
Ante fuit multo, quam levia carmina cantu
Concelebrare homines possint, aureisque juvare;