Et Zephyri cava per calamorum sibila primum
Agrestis docuere cavas instare cicutas.»
Dell’êco boschereccia è imagine il canoro Parnaso che fa pallidi di sua ombra gli abitatori; dell’armonioso gorgoglìo delle acque sono emblemi le cisterne di quel sacro monte in cui bevve la musa[10]; e le incantatrici Sirene dell’oceano e delle sfere furono sempre quelle che — disiando, qual di fuggir, qual di veder lo Sole, andarono — cantando, come donna innamorata.
L’antichità simboleggiò questa origine del canto in quel Lino, cui ne attribuì la invenzione, facendolo discendere da Giove padre dell’Universo, e in più stretta parentela legandolo con Apollo genio della Poesia, con Urania figlia del Cielo, Nettuno signore del Mare, Tersicore dea delle Danze, Diana preside ai Boschi, quasichè di tutte queste divinità vestisse natura, e sortisse le ispirazioni.
E Giove, non sarebbe quel Giubal che nella più remota tradizione dell’Asia, ritenuta 5307 anni da noi, fu creduto padre e maestro di quelli che cantarono il Kinor e l’Ugab[11]?
Quel Lino poi, primo maestro, formò al canto Orfeo, il quale ebbe discepolo Museo, cantore e profeta, che estese la bell’arte da meritare che per lui forse Musica si addimandasse.
Dal suono che rendevano le canne cresciute sulle rive del Nilo, quando i venti le cospergeano di arena, Diodoro deduce la prima idea della musica, che vuol d’origine egizia[12]: come altri ne traggono i primi sperimenti dai superstiti del diluvio, che dalla confusione degli elementi e nell’ebbrezza del salvamento, appresero a intuonare inni e lamenti.
Voci a intervalli e suoni accordanti, dissero Aristoxene e Quintiliano la musica. Il discorso delle Ore (orologio) e le voci ordinate delle Stagioni attorno il carro del Sole, furono i primi mitologici emblemi del regolato linguaggio che si disse il canto della natura.
Infatti i primi scopritori d’ignote terre, intesero nei vergini abitatori i primitivi accenti naturali, il canto innato e di comune linguaggio; ed ivi pure quel canto musicale che dalla grande scuola del creato traeva; per cui colla vaga imitazione dei genj canori dell’aria, o coi fischi e colle strida ferine, secondo che i selvaggi volevano esprimere la soddisfazione o il coruccio, que’ primi visitatori furono accolti. E col canto, le seducenti carolle o le ridde infernali.
S’inganna Rousseau se non li comprende e se li paragona ai mutoli infelici cui l’organo vocale non risponde, come ai ciechi brillano invano i colori dell’iride.