Ben s’appone invece quel filosofo allorquando conchiude che, se pur la parola non avesse cominciato dal canto, è certo, almeno, che si canta pertutto ove si parla.
E come col dirozzamento de’ popoli, coll’acquisto di cognizioni e col sociale progresso, ampliavansi i mezzi di esporre i sentimenti e i pensieri, e modificavasi il canto naturale fino a cangiarsi in discorso; così, presso ogni popolo col lungo andare del tempo, anche al canto musicale s’aggiunsero i ritmi, e si ridusse ad arte ciò che prima era stato dato dalla natura.
Siccome poi tutto ciò che vien da natura imperiosamente s’impone a chi ne sente l’istinto, così non avvi cosa all’uomo più naturale del canto stesso musicale; stilla anche questa di refrigerio alla sua agitazione, mistica provvianda lunghesso il cammino, disfogo alle sue piene, conciliazione a’ suoi sonni, sollievo costante che l’istinto gli suggerisce per addolcire le pene, alleviare le noje e gli stenti della vita.
Ecco dunque i primi figli del dolore e della vendetta che cercano il sopore ai loro mali nel canto. Henoc e Jubal-cain fanno parlare la Genesi (Cap. IV) dei loro canti che risuonano in Nod, dalla parte orientale, lungi dall’Eden. — Labano quindi lamenta in Gallaad, coi canti, il rapimento furtivo delle figliuole (Gen. XXXI). — E da quelle età remote in poi, il pellegrino lungo la via, il colono nei campi, il marinaro sul cassero, il pastor fra le greggi, l’artigiano nell’officina, cantano tutti quasi macchinalmente; e le fatiche sono interrotte, e la noja è scomparsa.
Il canto consacrato dalla natura per esilarare lo spirito, distrarlo dalle pene, e compensarci del retaggio di pianto d’una faticata esistenza, impiegato che fu poi a manifestare la gioja, servì ben tosto a celebrare le azioni di grazie cui l’uomo sentesi tratto verso alla Divinità. — La riconoscenza rese omaggio all’Essere supremo coll’espressione più bella; l’amore quindi usò il linguaggio della natura per espandere la sua tenerezza; e se ne valse infine alle lodi de’ suoi eroi, al clamor dei trionfi, all’ebbrezza delle feste, e pur troppo! all’adulazione dei grandi.
Un grande pensatore vivente, Herbert Spencer, crede che la cadenza del linguaggio primitivo delle passioni umane, abbia generato la musica[13]. Darwin, suo compagno, vuol anzi precisare che alla passione d’amore principalmente devonsi le note ed il ritmo acquistati dai nostri progenitori per sedurre il sesso opposto; e lo prova, raccontando le giostre d’amore che fanno alcuni augelletti per via del canto, fino a morir dalli sforzi di voce, aspettando che la femmina celata fra le fronde conceda la palma al più abile e costante gorgheggiatore.
Tratte da diverse sorgenti, mescolaronsi la musica e la poesia; quindi i sacerdoti dell’una e dell’altra si confusero col nome comun di Cantori.
Lieti gli uomini del loro viatico natural di conforto, nell’armonioso teatro della natura, non tardarono dunque rivolgere il loro canto al Creatore: ed ecco Noè innalzare l’odor soave d’allegrezza innanzi all’Arco di riconciliazione. Mentre il suo contemporaneo Fo-Hi, gran padre e signore Cinese (ritenuto da alcuni il Noè medesimo), liba egli pure con acute voci, e donatore a que’ popoli della cetra, ne ingemma i tocchi di cantabili accenti.
Ecco Giobbe nelle piagnolose cantilene disfogare l’amarezza delle sue sventure; e con quelle — più che pietoso fare stanco il cielo. —
Ecco Moisè cantore, sulle sponde del mar Rosso, che scioglie il più famoso Inno di grazie; Giosuè coi cori e colle trombe attorno le mura di Jerico; Debora profetessa rinfuoca il sentimento nazionale e religioso coi canti mandati di sotto alla palma del monte di Efraim, ove rendeva giustizia; i tre fanciulli ebrei sfidano il tiranno col canto dalla fornace di Babilonia.