Progresso e svolgimento del Canto Drammatico. — Scuola Napolitana. — Rapido suo ingrandimento. — Precursori della nuova Epoca. — Compositori del secolo XVIII.

Ma io non discorro la serie tutta de’ maestri italiani all’estero nei tempi delle prime scuole del canto drammatico; perocchè compresi in gran parte nel novero de’ maestri di musica, torna impossibile il distinguere quelli che l’arte musicale nella piena estensione esercitarono, dai cultori speciali di quella parte che al canto si riferisce.

Nè io mi sono proposto di trattar della musica in generale; ma le fasi della scuola vocale, le memorie e lo sviluppo del linguaggio del canto io vò raccogliendo.

Inoltre il lento procedere delle scuole straniere, la povertà dell’antica loro storia, la debole e impotente imitazione della scuola italiana a cui tanti secoli confessarono l’assoluta primazia ed il pregio originale, mi riconducono ai vasti progressi del canto per l’impulso dei nostri maestri famosi che alle novità del secolo 16.º aggiunsero altre sorprese, continuando l’aurea catena de’ primi classici, e apparecchiando i prodigi con cui dovea chiudersi il 17.º e aprirsi l’ultimo secolo.

Infatti dopo le risorte scuole del Palestrina, dei Gabrieli, e de’ fiorentini, più che le persone degli insegnanti che varcarono i confini d’Italia a comunicare i nuovi trovati, giova attendere ai mirabili effetti della diffusione dell’opere e dei metodi degl’itali innovatori, allora che l’eco de’ bellissimi canti risuonò per l’arie tutte dell’universo.

E qui mi si sfila dinnanzi la plejade degl’illustri maestri, che, come seconda legione non men sublime e più splendida, perfeziona l’opera de’ primi genj; per cui il canto de’ templi unisce alla maestà la poesia, e quello del mondo esprime il dramma e la commedia.

Veggo ricomparire in Venezia ispirata la sacra Musa col sorgere di Benedetto Marcello, dopo l’anno felice di sua nascita 1686.

Il gentiluomo illustre d’avi e di memorie, che per volere paterno dovea educarsi puramente per la politica e la magistratura, era tratto invece irresistibilmente all’amore, alla musica ed alla poesia. Nel primo, una popolana fanciulla lo iniziò nelle dolcezze che s’appurano per la virtù, e si piacciono di mistero. Alla poesia la sua Venezia gli fu ispiratrice. Alla musica, negata essendogli ogni istruzione, e non bastando il mediocre Gasparini esercitante allora il contrappunto, provvide da solo il Marcello e bastò a lui interamente il suo genio. Ripeteasi così l’autodidattica sperienza per cui un secolo prima avea sorpreso Carissimi.

Nè in sè soltanto ricercò gli effetti della espressione e del sentimento riguardo allo studio suo prediletto, ma nella donna istessa del cuor suo, che amò esercitarla nel canto, e che sposò poi segretamente.

Meglio che dalle applaudite esecuzioni di un ricordato Antonio Zanetti, buon maestro e cantore della scuola veneta in quel tempo, io mi figuro il gentil veneziano pendere in estasi dalla voce della sua bella studiandone le soavi impressioni, come Abelardo trasfondeva col canto gli appassionati moti nel cuor di Eloisa; ma come questo non s’accontentava delle volgari parole, ei rinnovava il linguaggio melodico di David e di Salomone, e dalle labbra amate sentia ripetersi i baci della Sposa de’ Cantici e ne traduceva le dolcissime frasi coi nuovi modi del suo genio creatore.