Egli è che la virtù vera esiste e non muore. Passano le vanità, la scienza rimane.

La fama degli sterili esecutori o ripetitori delle altrui ispirazioni è quella che fugge come l’èco, che si spegne come fatui bagliori.

La vera luce dei genj, de’ virtuosi che riconobbero l’arte profonda della musica, che specularono nel mistero de’ canti, che unirono il sapere alle doti felici, se pur sembra velarsi e smarrire, non manca: non è passeggiera meteora, ma vive anche dopo il tramonto.

A lato dei sommi creatori de’ canti, vediamo risorgere e ricomparire il valor di sapienti che in linea più umile o bassa parea obbliato; e così rivive la fama degl’interpreti che non contenti di farsi stromenti passibili e caduci, si associarono colle speculazioni e gli studj nell’arte maravigliosa; quelli che prodigate o perdute le vocali ricchezze dalla natura e dalla fortuna sortite, lasciarono eredità imperitura di belle opre della mente e del cuore.

Questo sia di conforto ai moderni sacerdoti del canto.

Non è la loro sorte più vana di quella della farfalla; non è la lor carriera macchinale servigio, mezzo che s’adopra e s’abbandona.

È ministero d’un’arte profonda; è nobile finchè tende esso pure alla conquista del vero e del bello; è l’Apollo divino figliuolo all’Eterno, ma che esige il culto e l’amore delle divinità.

Egizj, Caldei, Ebrei, Greci e Latini c’insegnarono come essi nella antichità avessero fatto del canto uno studio sublime. Se i secoli contrastarono ai dotti la conservazione o la restituzione degli esempî dei loro canti, le eterne porte del tempo non prevalsero alle manifestazioni di que’ canti medesimi.

Restano imperituri monumenti, i sacri poemi coi quali i primi cantori svolsero le religiose dottrine ai varj popoli; le Omeriche muse; le odi Pindariche; le liriche d’Anacreonte e d’Orazio; i cantici della Scrittura, i salmi reali.

Quanta scienza ai cantori affidata! quanto erudito ed elegante quello ch’essi cantavano; e come rigorosamente attenevansi ai ritmi della nobile usanza!