Non pertanto dalla cappella Vaticana risuonano ancora concerti soavi d’una ventina di voci espertissime, condotte attualmente dal maestro Meluzzi.

Quella di santa Cecilia non è più che una accademica mostra in onoranza de’ socj vaghi del nome dell’illustre donzella romana auspice ai canti. Ora però che di Real titolo s’appella, diretta dal cav. Alessandro Orsini, accenna a risveglio, ripigliando intanto i privati settimanali esercizj, i vocali agli istrumentali alternati.

Possa la trasformata Roma rinnovare le glorie della sua scuola antica e delle sue provincie, e ristorare anche quell’arte, tanto meno immobile quanto men positiva, e che mirabilmente si presta alla trasformazione.

Ne siano auspici, la brava Orsola Aspri maestra di canto e compositrice che sciolse il primo Inno al Re d’Italia (1870); Filippo Marchetti del Ruy-Blas, Libani della Gulnara, e Decio Monti della Graziella, inventori; Pietro Terziani di nuovi cantici sacri; Rotoli, Bertini, Sgambati, Jacovacci, Sangiorgi, D’Este, Teresa Rosati, Erminia Tecchi, de’ corali concerti benemerenti; Luigi Mililotti che da tempo apprestava il canto Te Dio lodiamo, a quattro voci, col rimbombo del cannone, pel trionfo nuovissimo in Campidoglio. Ma furono invece a migliaja e libere le voci che benedissero alla prima comparsa del Re galantuomo liberatore: l’inno coi feroci accompagnamenti attenda le nuove vittorie sugli stranieri nemici[50].

La cappella Petroniana, non men di quella di san Pietro, gloriosa del suo passato, sentì già l’impulso delle istituzioni che si risvegliarono accanto ai depositi della sua scienza[51].

Al Liceo di Bologna non mancano valenti che speculano sull’orme de’ padri Martini e Mattel; vi operò lodevolmente il direttore Baretta, che vedemmo ritirato in Milano a scrivere di cose musicali; e Federico Parisini che in oggi v’insegna il canto corale, si mostra egregiamente fornito di quella scienza non disgiunta dalle eleganze che i bolognesi cantori appresero dal Bernacchi[52].

Ma in quella scuola dove in auree cifre sta scritto — qui Rossini entrò discepolo e sortì principe — si dimentica forse che questi, negl’ultimi suoi momenti, finì ripetendo: Melodia Melodia!...

Non importa sotto qual forma; ma sempre grazia e melodia, che sole possono piacere in ogni tempo e sott’ogni costume, e senza le quali il progresso non potrà raggiungere il bello.

Le splendide tradizioni e un’attitudine innata e speciale ne’ bolognesi mantengono tuttavia vivo il culto della bell’arte, onde al suo decoro concorrono spontaneamente, anche fuori dalle chiostre particolarmente alle scienze dicate, e il popolo e il patriziato.

Di questo, mantiene il vanto Antonio Sampieri dei conti di San Bonifacio, che s’impiega specialmente allo studio di quelle espressioni che nella serenità religiosa e nella rassegnazione della preghiera trovano non men facile ajuto di quello che la profana musica non trovi nel dipingere le varie sensazioni della vita materiale ed il contrasto di tante passioni.