Donizzetti e Bellini allora si disputarono primi la corona cui Rossini abdicava, e gettava lungi da lui come peso importuno: e l’anno 1831 segna un’epoca speciale ne’ fasti del Donizzetti, che pose in scena a Milano, colla Pasta, Rubini e Galli, la sua Anna Bolena, ottenendo straordinario successo, malgrado la presenza di Bellini e l’entusiasmo ch’egli vi eccitava colla Sonnambula interpretata pure da que’ celebri artisti.
La falange di sommi cantori vissuti in quel tempo prestossi mirabilmente ad esprimere i concetti d’una mente tanto feconda. La Ungher fu una Parisina impareggiabile; la Persiani, Duprez e Coselli ministrarono la prima volta i tesori della Lucia.
Fu presunto che lo stile largo e severo del gran tenore Duprez abbia esercitato un’influenza favorevole sulla ispirazione del compositore.
Il capo d’opera di Donizzetti passò subito da Napoli a Parigi, divorato dall’entusiasmo; e lo spirito dell’autore trovò lena di volare da trionfo in trionfo colla Figlia del Reggimento, I Martiri, La Favorita, La Linda.
Eppur la fortuna non gli fu tanto amica. Oltre alle ansie in lui sollevate dalle altissime rivalità, il Donizzetti trovò spesso incerti o prevenuti gli uditorj; inesorabili le censure; carnefici gli appaltatori; instabili i cantanti; brevissimo il tempo. Gli mancò Nourrit nei Martiri composti per quel tenore, che se ne avea tratte egli medesimo le parole dal Poliuto di Corneille.
E Donizzetti, cantante egli pure, e come altrove abbiam veduto, studioso speculatore della voce umana, tenea in sommo grado l’importanza e l’influenza del geniale sacerdozio.
Per non perdere Lablache, improvvisò il Don Pasquale in otto giorni; onde si narra che, quando gli si dicea che Rossini ne avea impiegati quindici pel suo Barbiere, Donizzetti replicava: «Non mi sorprende, egli è così pigro!» — Durante le prime rappresentazioni delle sue opere, lo si vedeva sovente errare solingo tutta la notte nei luoghi più remoti delle capitali, fuggendo lo spettacolo pieno d’angosce in cui le ispirazioni più intime dell’anima venivano giudicate da esseri ignoti; e si disse che egli fu il primo compositore italiano ch’abbia rifiutato di comparire alle prime rappresentazioni, come si usa da tempo immemorabile.
Fu costretto a precipitare il lavoro d’un colossale spartito, pel quale ei gridava: «il Don Sebastiano mi uccide.» Fu sventurato negli affetti di padre e d’amante; egli tanto amabile ed affettuoso. E finalmente fu scosso nella viva e delicata sua organizzazione, che aggiungeva tanta grazia alle singolari qualità dell’artista, e in quella divina facoltà d’immaginazioni tanto feconda.
Essendo a Vienna, maestro della cappella di Corte, diede segni non equivoci d’alienazione mentale. Declinò precipitosamente, e venne a morire nella sua città natale, il 1.º aprile 1848; quando la patria progredita anche pel suo genio nell’arti e nella civiltà, iniziava politicamente la sua riscossa.
Donizzetti lasciava intorno a cento spartiti d’Opera, una farragine di canti separati, cantate, romanze, messe, capricci.