Mostrò che il suo genio elegiaco sapea trovare, al bisogno, accenti più profondi e variati. Sei mesi dopo la prima rappresentazione di quest’opera sublime, morì Bellini, giovane tanto, «come uccello celeste, esalato appena l’ultimo suo lamento.»
— Natura fina e delicata, genio melodico più tenero che forte, più commosso che vario, fugge l’influenza di Rossini, e s’ispira direttamente ai maestri del 18.º secolo. Procede specialmente da Paisiello, di cui ha la soavità, e ne riproduce la melopea piena di languore.
Questa affinità è rimarchevole sopra tutto nella Sonnambula, spartito che meglio d’ogni altro esprime la personalità del giovane compositore, e che si direbbe la figlia della Nina tutta commossa ancora dal dolore materno.
Musicista di felice istinto, che una affrettata educazione non avea interamente sviluppato, Bellini non trovava soltanto nella emozione del suo cuore le melodie squisite e originali, ma sovente altresì le piccanti armonie, come nel bel quartetto dei Puritani.
La sua istrumentazione, debole in generale, non manca talvolta d’una certa energia. Ma il suo carattere è più elegiaco che veramente drammatico. Si distingue per una declamazione sobria, contenuta, in cui circola un’emozione sincera; canti meno splendidi e sviluppati di quei Rossiniani, perchè sono pura emanazione dell’anima, e non sentono d’altro artificio.
Nato in una beata contrada, assuefatto l’orecchio dall’infanzia alle flebili melodie ripetute da secoli fra i pastori della Sicilia; pieno il cuore di quella serena melanconia che, nel paese amato dal sole, ispirano le grandi ombre della sera e l’orizzonte infinito del mare; melanconia di cui si trova qualche espressione in Teocrito, in qualche madrigale di Gesualdo, ma specialmente nei canti di Pergolese e Paisiello, Bellini mesce l’accento nativo del suo genio meridionale alle aspirazioni cupe e fantastiche della letteratura alemanna ed inglese, e ne forma un tutto squisito pieno di grazia e di mistero[110]. —
Il terzo astro che compone il mondo di luce musicale del nostro secolo, spuntò nel 1798, a Bergamo, terra fertile di cantori, dove nasceano David e Rubini del canto impareggiabili sacerdoti.
Era Gaetano Donizzetti, che da umili genitori trasse una grande ricchezza di genio per le arti belle di cui fu cultore appassionatissimo. Cominciò con quella della sesta, e architetto abilissimo, finì sublime compositore.
Parlando di Simone Mayr che gli fu maestro, abbiamo parlato implicitamente della buona scuola che nella stessa sua patria s’ebbe il Donizzetti, perfezionato poscia a Bologna dall’ab. Mattei.
Benchè ancora giovane egli abbia dato saggi ammirati d’ingegno, come fu nel 1818 a Venezia, per la sua prima opera Enrico di Borgogna, e successiva di Roma, Zoraide di Granata, 1822, si può dire che anch’egli è della generazione dei compositori drammatici che s’impossessarono della scena italiana poi che Rossini avea imposto silenzio al suo genio e gettava sdegnosamente la penna dopo aver scritto Guglielmo Tell!