Quando infatti diede il Mosè, egli avea tutto conquistato. Ciò fu confermato dal Fétis medesimo, non troppo tenero certamente pei compositori italiani, allorchè dopo il successo di quello spartito all’Opèra di Parigi, il 26 marzo 1827, scrisse; «Godo del tuo trionfo, o Rossini; egli è ben meritato! I tuoi detrattori e i tuoi invidiosi devono rinunciare ad una lotta ineguale, nella quale non resta nemmeno la speranza d’una ragionevole resistenza.»
Eppur Rossini non era pago di sè interamente; e rifiutò la onorificenza per cui Carlo X allora lo aveva ascritto alla Legion d’Onore, riserbandosi di chiedere questo premio quando se ne sentisse degno; come fece dopo il Guglielmo Tell.
Di questo gran Trovatore inutile dire di più.
Come regolatore di voci, nella cui arte fu pure maestro abilissimo, dirò soltanto che, i primi interpreti delle musiche del suo tempo, pel drammatico eccesso, volendo eccitare coll’azione più che colla maestria vocale, simili alle cantatrici di Damasco imprigionate da Dario, incorsi nella condanna del pubblico, egli medesimo informandoli nuovamente a quei canti, li salvò, ed i fischiati della Semiramide, si riprodussero non più spregiati, come le cortigiane che cantavano nella reggia babilonese di cui essi rappresentavano gli antichi avvenimenti, ma come esecutori prototipi di bel canto.
Fu ben delineata la situazione stravagante del primo periodo del nostro secolo colla seguente pagina di Letteratura musicale.
— Il movimento filosofico e letterario che scoppiò alla caduta del primo impero, come un grido di libertà, ha cominciato a penetrare anche in Italia verso il 1820. Questo movimento nato dallo spirito d’indipendenza e dal bisogno di rilevare l’ideale della natura umana avvilita dal dispotismo; quest’insieme di strane dottrine, miscuglio di aspirazioni religiose, reminiscenze del passato, tenere e ingenue fantasie che venivano di là de’ monti, come un soffio di nordico spiritualismo, ad invadere la rilassata civiltà de’ popoli meridionali, suscitarono una scuola di novatori ardenti, fra quali figurano Manzoni e Pellico. Appoggiati al principio che le arti devono essere l’espressione delle varie emozioni e più intime dell’animo, eccitati dalle traduzioni recenti dei capi d’opera di Goethe, di Schiller, dei poemi di Byron, e dei romanzi di Walter Scott, questi uomini distinti si sforzarono d’imprimere alla letteratura del loro paese un carattere più serio, più casto e più logico, di ringiovanire tutte le forme della poesia e della imaginazione.
La musica non tardò punto a seguire l’impulso generale degli spiriti, e fu Bellini che tentò di farle subire questa novella trasformazione. —
Nato a Catania, il 3 novembre 1802, Vincenzo Bellini fece i primi suoi studj musicali al conservatorio di Napoli sotto la direzione di Tritta e poi di Zingarelli. Dopo aver ottenuto un successo d’incoraggiamento al San Carlo per la sua Bianca e Fernando (1826), chiamato a Milano, l’anno seguente, compose il Pirata per la Pasta e Rubini. Coi canti di quest’opera i nomi dei tre grandi artisti furono assicurati.
Il siculo compositore, felice di tanto successo, si sforzò d’aggrandire il suo stile nella Norma, che fu l’ultima creazione della Pasta.
Compose i Puritani, facendone eseguire le parti dai quattro celebri virtuosi che facevano nel 1834 la fortuna del teatro Italiano in Parigi, la Grisi, Tamburini, Lablache, e Rubini suo favorito cantante.