Finalmente da tutti i punti d’Italia levansi maestri e cantori ne’ quali la scienza eguaglia la ispirazione; la di cui abilità pratica non soffoca il sentimento, e che projettano un mare di luce inconsumabile sulla nostra nuov’epoca maravigliosa.
Al principio di questo secolo, i grandi maestri italiani, ripetuti in questo riassunto, non erano più, od aveano chiusa la loro carriera. Fra i numerosi e pallidi imitatori che s’erano divise le loro spoglie e riproduceano le loro forme illanguidite, tre compositori più originali si disputavano l’impero: Mayr (o Mayer), Paër, e Generali.
Con questa triade ci siam soffermati nella rivista de’ compositori celebri di nuovi canti nella prima parte di queste memorie.
In essa vediamo quasi gli albòri o i prenunzi della triade sublime rigeneratrice che con Rossini, Bellini, e Donizzetti comparve.
Dai canti della Ginevra di Scozia, della Medea, e della Rosa bianca e la rosa rossa, l’italianizzato maestro del bergamasco istituto fece trasparire quell’ingegno facile ed elevato, sensibile e ardente che dovea spiegare l’allievo concittadino.
Il parmigiano Paër, più abile e più variato, annunziava nella Camilla un carattere originale, un colorito marcato; parea che sentisse l’echeggio lontano della Norma, ma non potesse coglierne le vaghezze.
Il brio e la vivacità del Generali fecero presentire la possibilità di slanci più vasti e più splendidi d’un fortissimo genio.
In mezzo a tali idee, a tanta aspettazione, e ad una certa ricchezza di forme melodiche ed armoniose, comparve Gioacchino Rossini, nel 1812[109], pieno di gioventù e d’audacia, cogliendo tutto che l’opportunità gli offeriva e per tutto ove gli parea conveniente, sapendo ben egli appropriarsene, trasformare, e creare rigenerando.
«Rimarcabile per gli slanci della imaginazione, per l’abbondanza e la freschezza de’ motivi cantabili, per la potenza degli accompagnamenti e la novità delle armonie, per la veemenza e limpidità che dà al linguaggio della passione. Genio eminentemente italiano, tutto improntato dello spirito ardente e sensuale della sua epoca, Rossini la rompe violentemente con tutti che l’han preceduto.
Egli sorte dal dieciottesimo secolo come da una valle ombrosa e pacifica, e s’avvanza per l’avvenire colla impazienza d’un dominatore. Lo si direbbe Bonaparte valicante la cima dell’Alpi per conquistare i luminosi piani di Lombardia.»