Prodromo fatidico di questi canti cumulativi che ormai la Nazione intera può sciogliere liberamente, intesi pure l’anno 1858, nella terra dell’ospitalità che fu santa Vestale all’Italia, e lo ricordo con commozione.

Solennizzavasi a Torino il decimo anniversario dello Statuto, quando tutte le altre città sorelle gemevano oppresse e divise: ma oltre trentamila de’ migliori patrioti erano concorsi da ogni parte alla festa; ed ivi confondeansi i piemontesi dialetti, col bisbiglio de’ liguri; coll’idioma festivo veneziano, il burlevole lombardo, il canoro toscano, il napoletano infocato. La sera del 10 maggio, sulla piazza san Carlo, uniti 500 italiani cantori, professori e artisti d’ogni paese, dilettanti, allievi della Scuola accademica filarmonica, delle tecniche e della Scuola teatrale Vittorio Emanuele, diretti dal maestro Luigi Fabbrica, echeggiò un gran coro, il primo di tal fatta che sparse fremito insolito nella penisola.

«Và pensiero sull’ali dorate»

(Nabuco).

«E la morte sul campo di gloria

Le nostr’alme avvilir non potrà.»

(Assedio di Corinto).

«Sul fior degli anni — chi muore e che non dà

Di gloria un segno — alla futura età

Di fama è indegno.»