In tanto ognun per mille vie procura Che 'n ogni alma il peccar cresca diletto. Ora a quegli empi, che per l'aria oscura Han loro albergo, favellava Aletto: Già sprezzar l'armi, abbandonar le mura Era poc'anzi il Rodïan costretto; Già nulla di suo scampo avea speranza: Cotanto io crebbi ad Ottoman possanza.
XVIII
Quando AMEDEO fin da l'Italia corse E scese in Rodi ad arrecar salute, Ove gli amici così fier soccorse, Che son le glorie d'Ottoman perdute. Chi sia costui, ch'a noi contrario sorse, Qual ne la destra sua splenda virtute, Io nol dirò: del Vatican devoto, A grande onta di noi, pur troppo è noto.
XIX
O de l'orride nubi, o de' sonori Turbini al mondo eccitator famosi, Densate nebbie, e con più cupi orrori Gli almi raggi del sol volgami ascosi: Se 'n terra ad AMEDEO gli aspri furori Destra non è, che d'interromper osi, Voi sì misero giorno omai spegnete, Onde il campo de' Turchi aggia quiete.
XX
Fiera fremendo a questi detti a pena Ella il fin pose, che l'orribil stuolo, Come sua furia scelerata il mena, Su gli spazj di Rodi affretta il volo. Ed ecco perturbar l'aria serena, Ecco tempesta minacciarsi al suolo, Ed in un punto abominevol ombra Il cielo afflitto oscuramente ingombra.
XXI
Quanti torbidi nembi austro governa L'odiosa squadra in su quei campi aduna; Stende uggia folta; e d'atra nebbia inferna Abbuia l'aura, e più che pece imbruna; S'annotta sì, che de la fiamma eterna De l'aureo sol luce non splende alcuna Per l'orror tetro; indi si finge Aletto Le membra e l'armi e d'Ebräin l'aspetto.