Appena nato, a' duri miei tormenti Sorte volle adoprar la sua fierezza; Mi negò le lusinghe dei parenti, Mi pose in risse, m'involò ricchezza: Amore alfin con le sue fiamme ardenti Servo mi fe' d'una crudel bellezza.

Sono pur da leggere queste parole della canzone XXIX. tra le morali scritta ad Jacopo Doria:

Forza d'alta beltà, ch'empie gli amanti Di caro duol, tiranneggiò mia cetra: Oggi che imbianco…….. …….. altrove ergo i pensieri.

E tuttavia nel CHIABRERA l'amore vestiva un abito gentile, alla platonica; e in tutte le sue poesie non è parola che ricordi, non dirò le sozzure di certi poeti de' tempi a noi vicini, ma nè anco la licenza dell'Aminta e della Gerusalemme.

L'anno del 1584 rallegrò la solitudine del CHIABRERA con l'arrivo in Savona della famosa Isabella Andreini, venutavi colla sua compagnia comica a farsi udire sulle scene. Il poeta onorò con parecchie composizioni il valore dell'attrice, ed essa, che non era donna volgare, rispose con rime pregevolissime che abbiamo alle stampe. Ma v'ebbero sdegni e combattimenti tra' gentiluomini di Savona. Stavano per una parte Ottaviano e Luigi Multedo; per l'altra Benedetto Corsi, Giulio e Cesare Pavesi, Ambrogio Salinero e il nostro Poeta; che brevemente, al solito, così accenna quella tenzone: «in patria incontrò, senza sua colpa, brighe, e rimase leggermente ferito su la mano: fece sue vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando: quietassi poi ogni nimistà, ed egli si godette lungo riposo.» Si compose la discordia con un atto di pace rogato in Mulazzano addì 16 aprile 1585, ed accettato in Savona dai Multedo il dì 24: il che ne fa conoscere che la fazione del CHIABRERA ebbe a ricoverarsi negli antichi dominj della R. Casa di Savoja.

Tornato alla quiete della patria, cominciò col fratello Massimo a pensare alla propagazione della stirpe; e non avendo quegli voluto sottomettersi al legame del matrimonio, fu deliberato che GABRIELLO s'eleggesse una sposa. Qui porrò un fatto che parrà novella, e non è; vo' dire che il Poeta si teneva per affatturato da qualche maliarda o stregone, cosicchè stimavasi non atto al debito coniugale; e ne scrisse lunga e mesta lettera a Bernardo Castello pittore, suo grande amico, scongiurandolo a veder pure di trovare in Genova cerretano o donnicciuola, che valesse a rompere la malìa. Qual fosse la risposta del Castello, nol sappiamo. Nè di cotal immaginazione del Poeta è da far commedia; chè fin nel secolo XVIII. molti libri si scrissero da gravi uomini, e non idioti, a mostrare la potenza e le arti meravigliose delle streghe[2]. Finalmente piacque al CHIABRERA d'unirsi con una giovinetta d'anni 16, nominata Lelia, figliuola di Giulio Pavese gentiluomo di Savona, e della signora Marzia di Niccolò Spinola patrizio genovese. Ed ottenuta la dispensa dall'impedimento di consanguinità, si celebrò il matrimonio nella chiesa de' PP. Cappuccini fuor di Savona il dì 29 luglio del 1602. GABRIELLO non n'ebbe. prole, ma gliene vennero disturbi ed impicci nojosi. Perciocchè Lelia, essendo mancato di vita Giangiacomo Pavese fratello di lei, lasciando pupillo un figlio di nome Giulio, ne assunse col marito la tutela: di qui molestie di conti; pensieri d'educazione; possesso di eredità e nella Liguria, e per procuratore in Napoli, dove i Pavesi possedevano beni assai; di qui tutte quelle altre noje che sono compagne degli affari economici. Ma Lelia, veggendosi senza prole, aveva posto in Giulio un affetto sviscerato; e se GABRIELLO non era sollecito a tutto, che potesse giovare al nipote, gridava ch'egli era un assassinare il pupillo. Questa tutela tornò poscia in danno de' Chiabrera; stantechè avendo GABRIELLO donato ogni suo avere alla moglie, Giulio venne ad unire in se l'eredità de' Chiabrera e de' Pavesi. Abbiamo una lettera del Poeta, scritta nel 1634, ringraziando il Cavaliere Cassiano dal Pozzo «per le cortesie compartite a Giulio Pavese mio nipote.»

Il piacere delle nozze fu turbato per una sentenza de' tribunali di Roma, che GABRIELLO accenna oscuramente; e che noi possiamo con maggior chiarezza descrivere. Il Poeta aveva un fratello naturale di nome Augusto, che stavasi in Roma, e maneggiava la dote di Lelia, con procura in forma legale: ora costui per avere scritto delle pasquinate, o come allora dicevano, de' pasquini, fu condannato, non sappiamo a qual pena, e i beni dati al fisco; compresavi la dote di Lelia. Per che GABRIELLO corse a Roma, e con mostrare le sue ragioni, e col favore del Cardinale Cinzio Aldobrandini, protettore de' letterati, ricoverò con fatiche e spese la dote della moglie. Augusto aveva potuto scampare la tempesta fuggendo nell'Abruzzo; e di colà scrisse a GABRIELLO nel 1607 chiedendo danari; ed è questa l'unica notizia che ho trovato di costui; e poco monta il saperne più oltre; ch'egli non recò a' suoi utilità nè decoro.

Dopo lo sconcio qui rammentato non ebbevi fatto alcuno nella vita del CHIABRERA, come uomo privato, che meriti d'avere speciale ricordo: visse in patria con riposo, sano in modo che non mai stette in letto, salvo due volte per due febbri terzanelle, nè ciascuna di loro passò sette parosismi. In questo egli fu assai avventuroso: ma non già nell'avere (sono parole di lui), perchè nato ricco, anzi che no, disperdendosi la roba per molte disavventure, egli visse, non già bisognoso, ma nè tampoco abbondantissimo. Certo è che s'egli non fu ricco signore, ebbe quanto s'addice a vivere onorevolmente da gentiluomo di provincia. In città s'era comperata, metà dai Ferrero, e metà dai Carretto, una casa (1603-1605), ornata di marmi; ed è quella che si vede nel vicolo di S. Andrea, ed ha sopra la porta in un cartello di marmo queste parole d'Orazio: nichil est ab omni parte beatum; forse per accennare all'umile contrada in cui era fabbricata. Di un suo giardino parla più volte nelle lettere a Bernardo Castello. E rifabbricandosi nel 1616 la piccola chiesa di S. Lucia, e rimanendovi un poco di scoglio scoperto, il CHIABRERA, ottenutolo, lo ricinse di muraglie, e fecevi un piccolo giardino, e una loggetta, nella quale fra il giorno si riduceva a far versi, e a cianciare con cittadini ed uomini di villa, che di colà per loro faccende passano continuo; godendovi pure l'aspetto di Genova, che vi si mostra manifestissimo. E perciocchè era vicina alla chiesa di S. Lucia, martire siracusana, della quale si professava devotissimo per la debolezza della sua vista, cosicchè non poteva scrivere al lume, chiamavala piccola Siracusa; come puossi vedere nella data di molte lettere al Giustiniani. Negli ultimi anni (1632) edificò una casa di campagna in Legine, dove possedeva una vigna assai vasta; e nella iscrizione, che tuttora vi si legge sulla porta, dichiara averla fabbricata musarum opibus; cioè con denari ritratti dalle sue poesie[3]. Perciocchè il CHIABRERA che aveva cominciato a poetare per ozio, e poscia per onore, volle alfine che i suoi versi gli fruttassero meglio che sterili applausi; non che domandasse contanti; ma piacevagli per un sonetto, o un altro componimento, vedersi ricambiato con qualche gentilezza; e tale che all'uopo egli potesse permutarla in moneta; come più volte scriveva al pittore Castello. E fu talora, che volendo intraprendere un viaggio, e stando male a quattrini, nè volendo far debiti in Savona, per certa alterezza, volgevasi in Genova alle persone da lui celebrate: siccome al P. Abate D. Angelo Grillo, patrizio Gianvincenzo Imperiale; e quando i creditori ridomandavano la somma cortesemente prestata, il Poeta che non sempre aveva alla mano la moneta, forte si doleva, e ricordava l'amicizia, e i versi scritti in encomio del creditore. Ma l'Imperiale, uomo vano anzichè gentile, non volle appagarsi di lodi; e convenne al CHIABRERA pagarlo con una tavola del Tiziano. Il pittore Bernardo Castello, che non dipingeva senz'averne l'indirizzo dall'amico Poeta per la composizione, o storia, doveva sempre ricambiarne i consigli con qualche disegno di pittore insigne, o con un suo lavoro suggerito dal CHIABRERA. Le quali cose si volevano accennare, acciocchè si conosca che GABRIELLO aveva di che vivere in aurea mediocrità; e infatti, senza le pensioni che gli pagavano il Granduca di Toscana e il Duca di Mantova, egli stava nel catasto delle taglie per dieci mila scudi; somma rilevante a quel tempo in un gentiluomo privato; e veggiamo che la moglie teneva almeno due servigiali; e non mancava un servitore al marito.

Ma di un sommo poeta non si deggiono così ricercare le notizie della vita domestica, come quelle degli studj e degli onori per essi ottenuti. GABRIELLO CHIABRERA, uscito dagli anni della prima gioventù, e dalle istituzioni puerili, cominciò a praticare in Roma con Paolo Manuzio amico di Massimo suo fratello, e ascoltavalo ragionare: poi recandosi alla Sapienza, udiva leggere Marcantonio Mureto, ed ebbe con lui familiarità: avvenne poi che Sperone Speroni fece stanza in Roma, e con lui domesticamente trattò molti anni; e da questi uomini chiarissimi raccoglieva ammaestramenti. Que' sommi latinisti, Manuzio e Mureto, gli fecero nascere desiderio di poetare nell'antica lingua de' Romani; ma non istette molto ad avvedersi che i primi seggi erano già tenuti da uomini famosi; e si volse alla lingua italiana; confortatovi eziandio (come si vuol credere) da Sperone Speroni. Diedesi dunque a studiare ne' primi fondatori dell'idioma toscano, e specialmente in Dante, nel Petrarca, e nel Boccaccio: tra' meno antichi pregiò sopra tutti l'Ariosto. Con presidj sì fatti, e coll'aggirarsi per la Toscana, venne a tanto di perfezione che sì nella poesia, come nella prosa, egli è scrittore pieno di urbanità, di grazia non affettata, e così puro che l'Antologia di Firenze, disse del suo scrivere quelle parole dell'Alighieri:

«…….. ma Fiorentino Mi sembri veramente quand'io t'odo.»