Mirasi poi da gran furor sospinto, Che de l'estrema tomba il dono ei nega, E sovra lui, che gli ha l'amico estinto, Del terribile cor l'ira dispiega; I piè trafigge al Cavalier già vinto, E tra le rote del gran carro il lega: Tre volte intorno a le muraglia ei gira De i patrii alberghi, e seco dietro il tira.

LXIX

I superbi destrier volve e rivolve, Il freno allenta ed implacabil fiede; Ettor s'adombra d'una orribil polve, E da l'alte sue torri Ecuba il vede. Di sì nobile spoglia il busto involve Al Cavalier, cui se medesma diede; E soggiungea: quì ti sia specchio il vanto, Onde il gran sangue tuo splende cotanto.

LXX

Sì disse alteramente; indi il sereno Volto alquanto turbò, nè più ragiona. Trasideo colmo di gran fiamma il seno L'amatissima vergine abbandona; Diparte, e pur tiensi cotanto a freno Contra il dovuto ardir, ch'indi lo sprona, Ch'ad ogni passo indietro ei si raggira, E le bellezze abbandonate mira.

LXXI

Così sen va: poi che le scale ha scese, E son de la sua donna i rai disparsi, Al domestico albergo i passi stese, Ed entra stanza, ove ha per uso armarsi; Sceglie ivi scudo, luminoso arnese, Ch'a fochi di Damasco ei fe' temprarsi; E pronto a Rodi procurar soccorso, Ov'era il grande Orsin, drizzava il corso.

FINE DEL II. CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO II.