| [411] | Il Basilio, a cui è diretta la lettera che abbiamo riprodotta,
non può evidentemente essere Basilio il Grande, il vescovo di
Cesarea, il compagno dei due Gregori nella lotta per l'unità
della dottrina ortodossa. È vero che Basilio era stato compagno
di Giuliano, insieme a Gregorio di Nazianzo, sui banchi della
scuola d'Atene. Ma è chiaro che Giuliano non avrebbe mai potuto
rivolgersi, in termini tanto amichevoli, ad uno dei più forti
campioni del Cristianesimo e chiamarlo a consiglio presso di sè,
senza dire poi che, in questa lettera, si parla di un giovane abituato
all'ambiente cortigiano, indicazione che in nessun modo si
potrebbe applicare a Basilio. Pertanto, questa lettera, indubbiamente
autentica, è non meno indubbiamente diretta a tutt'altro
Basilio che al Basilio cristiano.
Ma nell'epistolario giulianeo si trova un'altra lettera (pagina
596), la quale, invece, è indubbiamente diretta al Basilio
cristiano, ma essa è, non meno indubbiamente apocrifa. La goffa
presunzione a cui s'ispira questa lettera, che pare scritta da un
volgare millantatore, non può attribuirsi a Giuliano di cui conosciamo
la spiritosa modestia. Vi si odora tosto il falsario che
scrive ad avvenimenti compiuti. Giuliano descrive in questa
lettera, con gonfia iperbole, la grandezza della sua potenza,
riconosciuta da tutti i popoli della terra, e disprezzata dal
solo Basilio. Per punire costui del suo contegno ostile, gli impone
di portargli un enorme contributo in danaro, di cui ha bisogno
per l'imminente spedizione di Persia, e minaccia la distruzione
di Cesarea, nel caso che il vescovo avesse l'audacia
di disobbedirgli. Il contenuto e lo stile della lettera basterebbero
a dimostrarne il carattere apocrifo. Ma la prova più evidente è
data dalla chiusa, nella quale il falsario adopera a sproposito
una notizia di Sozomene. Narra costui che Apollinare di Siria,
un letterato cristiano, autore di traduzioni bibliche in versi greci,
e di operette morali, fatte sullo stampo dei modelli classici, aveva
scritto un trattato contro gli errori filosofici professati da Giuliano
e dai suoi maestri. Giuliano, dice Sozomene, letto il trattato,
avrebbe risposto ai vescovi che glielo avevano mandato con
queste tre parole — Lessi, compresi, condannai. — E i vescovi gli
avrebbero, a loro volta, risposto — Leggesti, ma non comprendesti,
perchè, se avessi compreso, non avresti condannato. — E Sozomene
aggiunge che questa risposta fu da alcuni attribuita a Basilio (Sozomene
507). Ora, il falsario che ha inventata la lettera di Giuliano,
vi ha appiccicate, come chiusa, le tre parole scritte dall'imperatore,
in risposta al trattato di Apollinare, parole che lì
sono affatto fuori di proposito, ed anzi riuscirebbero incomprensibili.
|