Ma, se cordiali e delicati erano i favori di Eusebia pel giovane principe, non pare davvero che fossero tutte sincere le dimostrazioni di fiducia di cui lo circondava l'imperatore. Nel manifesto agli Ateniesi, Giuliano afferma [pg!50] che la sua prigionia, diventando Cesare, si fece più grave, tale e tanto era lo spionaggio con cui lo seguiva, ad ogni passo, il sospettoso Costanzo. «Quale schiavitù — egli esclama — era la mia, quali e quante, per Ercole, le minacce sospese, ogni giorno, sulla mia vita! Vegliate le porte, vegliati i portieri, esaminate le mani dei famigliari, caso mai taluno mi recasse un bigliettino degli amici, servi stranieri. Appena potei condurre meco quattro famigliari, pel mio servizio più intimo, di cui due ancora giovinetti, due già adulti. Di questi, uno che conosceva la mia devozione per gli dei, seguiva con me, in segreto, le pratiche del culto, ed io gli aveva affidata la custodia dei miei libri; l'altro era un medico, il quale, solo dei miei molti amici e compagni fedeli, aveva potuto seguirmi, perchè non si sapeva che mi fosse amico[57]. Era tanto il mio timore che io credetti di dover proibire, con mio dolore, a molti miei amici, di venirmi a vedere, trepidando di diventar causa di sciagura per loro e per me. Del resto, Costanzo mi mandò con soli 360 soldati, nel paese dei Celti, a mezzo inverno, non tanto per comandare gli eserciti che là si trovavano quanto per obbedire ai loro generali, perchè aveva scritto loro e raccomandato di guardarsi da me più che dai nemici, caso mai io tentassi qualche novità»[58].

I difensori che Costanzo ha trovato fra gli storici moderni[59] mettono in dubbio la verità delle notizie [pg!51] date da Giuliano stesso. Ora, io voglio ammettere che ci possa essere qualche esagerazione e qualche tinta troppo caricata. Così non sembra giusto il trovare una ragione di lamento nell'esiguità della scorta militare che accompagnava Giuliano. Questi non doveva condurre in Gallia un nuovo esercito, doveva andarvi a prendere il comando degli eserciti che già vi erano. Ora, ciò posto e posto anche che il viaggio di Giuliano si faceva tutto in paese amico e tranquillo, una schiera di 360 uomini bastava all'uopo. Ma, quando Giuliano si lamenta di avere intorno a sè nemici e spie, deve esser nel vero, e gli avvenimenti che seguirono il suo arrivo in Gallia, l'ostilità latente, ma efficace, ch'egli trovò presso i suoi generali dimostrano chiaramente le intenzioni non schiette di Costanzo. Certo, costui aveva paura dei Germani, ma aveva paura anche del cugino imperiale. Avrebbe voluto salvare la Gallia, ma avrebbe voluto, insieme, che Giuliano non uscisse dall'impresa con troppo onore. In fondo, se Giuliano fosse stato sconfitto, così da liberarlo d'un possibile e temuto rivale, la sconfitta sarebbe parsa a lui una sciagura non priva di qualche conforto. E che l'impresa dovesse finire così, c'erano buone ragioni per crederlo. Chi mai poteva imaginare che quel principe di venticinque anni, che aveva passata tutta la sua vita fra sacerdoti e filosofi, che non si era mai occupato di cose militari, che, per la sua completa mancanza di contegno soldatesco, aveva destata l'ilarità e mosso gli scherni della corte di Costanzo, sarebbe stato capace di guidare un esercito? E la spedizione si presentava sotto tristi auspici. A Torino, giungeva a Giuliano la notizia che Colonia era stata presa e distrutta dai Germani, ed egli, comprendendo la gravità del pericolo, esclamava che a lui non rimaneva che di ben morire.

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Ma la popolazione della Gallia lo accoglie col più vivo entusiasmo. Egli entra a Vienna, presso Lione, allora la sede del governo della Gallia, fra turbe festanti e rinfrancate dalla presenza di un principe della famiglia regnante. E qui Ammiano ci trasmette un curioso episodio. In mezzo alla folla acclamante, una vecchia cieca chiede chi fosse colui che così si salutava, — Il Cesare Giuliano — le si risponde. — Ecco colui, essa esclama, che restaurerà i templi degli dei! —[60]. Era una voce che già era corsa, era presentimento, era l'espressione di un desiderio, nutrito da una parte del popolo? Il vero è che, in Giuliano, si sentiva l'eroe che avrebbe agitato il mondo delle cose e il mondo delle idee.

Il governo che Giuliano ha fatto della Gallia per un quinquennio è un episodio glorioso in mezzo alla decadenza dell'impero, ha segnato un momento in cui quella decadenza, di cui era imminente il vorticoso precipitare, è stata, per un attimo, fermata. Giuliano vi è apparso addirittura meraviglioso. La saggezza ed il valore con cui ha saputo condurre le lunghe ed ardue imprese contro i Germani, e rigettarli al di là del Reno, lo rende degno di essere eguagliato ai più grandi capitani dell'antichità. Qui si rivela tutta la genialità di un uomo che era nato con l'attitudine del comando e col talento delle grandi combinazioni militari. Ah, se Giuliano non si fosse esaltato e traviato nelle follie del neoplatonismo, e s'egli avesse [pg!53] avuto più preciso e sicuro il sentimento della realtà, che ammirabile imperatore sarebbe mai stato! Non fu che una meteora brillante, passeggera ed evanescente, quando avrebbe potuto essere uno dei fattori efficaci della storia umana, un vero e grande reggitore di popoli! Ma, dal punto di vista psicologico e drammatico, è appunto questa strana unione di un idealista esaltato, pieno il capo di ubbie mistiche e di idee fisse, e di un capitano geniale, di un soldato eroico, di un amministratore provetto che costituisce l'interesse della figura di Giuliano. C'è del Marco Aurelio in lui. Ma un Marco Aurelio eccessivo, squilibrato, intemperante. La genialità in Giuliano è assai più viva, in Marco Aurelio è più profondo il sentimento. L'imaginazione, che in Marco Aurelio era fredda e frenata, ed in Giuliano ardente e mobile, ha giocato a quest'ultimo un brutto tiro, facendogli credere vive ancora idee e cose, morte per sempre. E, siccome Giuliano, all'opposto di Marco Aurelio, sentiva assai più la forma che la sostanza delle cose, egli è corso dietro ai fantasmi della sua mente, sciupando miseramente la sua meravigliosa fortuna e le doti stupende che la natura gli aveva largite.

Ed ora diamo una rapida occhiata a ciò ch'egli fece in Gallia, prima di toccare il punto che più ci attrae nella sua vita, la tentata restaurazione del Paganesimo. Non potremmo formarci un concetto preciso ed un'imagine vivente dell'uomo, se non guardassimo, per un istante, al guerriero ed al duce che, uscendo dai santuari neoplatonici di Nicomedia e d'Efeso e dalla scuola d'Atene, prese in mano le redini di un'aspra guerra, ed ha condotto le sue schiere da vittoria in vittoria. Il misurato Ammiano Marcellino, che esprime l'impressione dei suoi contemporanei e che fu testimonio [pg!54] oculare delle gesta di Giuliano, si abbandona all'iperbole ed alla retorica, quando parla del giovane principe, e vede in lui un miracolo voluto da una legge divina. «In un batter d'occhio — egli dice — Giuliano tanto splendette da esser giudicato, per la prudenza, un nuovo Tito, eguale a Traiano pei successi guerreschi, clemente come Antonino, e, nelle indagini astruse della mente, paragonabile a Marco Aurelio, ad emulare il quale egli intendeva i suoi atti ed i suoi costumi». Ed Ammiano ben a ragione stupisce quando ricorda che quel giovane «dalle tranquille ombrie delle accademie, non già dalla tenda militare, tratto fuori fra la polvere di Marte, atterrava la Germania e, pacificate le regioni del gelido Reno, uccideva e incatenava i re barbari anelanti alla strage»[61].

Giuliano passò l'inverno del 356 ad orientarsi nella sua nuova posizione, ad acquistare le necessarie nozioni di amministrazione e di pratica militare. Egli non sdegnava di addestrarsi nei più umili esercizi, ripetendo, di quando in quando, come consolazione ed incoraggiamento, il nome di Platone. Egli dava un mirabile e nuovo esempio di temperanza e di operosità. Sistematico ordinatore del suo tempo, e ciò spiega la mole immensa di lavoro da lui compiuto, si alzava, di notte, dal rozzo giaciglio su cui riposava, e divideva in due parti le ore che lo separavano dal mattino. Prima di tutto, segretamente innalzava una prece a Mercurio, eccitatore del pensiero, poi curava gli [pg!55] affari di Stato, il governo della provincia, i preparativi di difesa e di offesa. Esauriti gli affari, Giuliano si sprofondava nei suoi studi prediletti di filosofia, che, a nessun prezzo, voleva dimenticare, poichè per lui costituivano l'oggetto più interessante della vita. Ed, insieme alla filosofia, si occupava di poesia, di storia e si esercitava nella lingua latina. Giuliano era nutrito di poesia. Coi grandi antichi, Bacchilide era il suo autore favorito. E, pur troppo, alle scuole elleniche del tempo, s'era anche imbevuto di quella retorica formale e pedantesca che era la nota caratteristica della letteratura del tempo[62].

Nell'estate del 356, Giuliano apre la sua prima campagna. Udendo che Autun era minacciata dagli invasori, vi accorre, la libera, poi con marcia fulminea, raggiunge la valle del Reno, la percorre da Strasburgo a Colonia, dove entra trionfatore, e dove stringe la pace coi re dei Franchi, atterriti da sì subitaneo e fortunato attacco[63]. In questa prima campagna parrebbe che Giuliano operasse d'accordo con un altro corpo d'armata, il quale, guidato dall'imperatore stesso, sarebbe disceso dalla Rezia e dall'alto Reno verso l'Alsazia. Ciò si dovrebbe dedurre da una notizia che Ammiano ci dà in modo affatto incidentale[64]. È strano che di questa mossa dell'imperatore nè Ammiano nè Giuliano parlino nell'esposizione delle gesta compiute durante l'estate del 356. In ogni modo, la mossa dell'imperatore, se anche avvenuta, non ebbe conseguenze importanti, e Giuliano, all'aprirsi dell'anno [pg!56] seguente, si trovò sulle braccia, in tutta la sua grandezza, l'impresa di liberare la Gallia dalle invasioni germaniche.