Giuliano va a prendere i quartieri d'inverno a Sens, dove, come dice Ammiano, portando sulle sue spalle la mole delle guerre che d'ogni parte dilagavano, si divide in molteplici cure per fronteggiare l'offesa, e per assicurare il vitto ai suoi soldati. Qui egli corre un ben grave pericolo, perchè i barbari, conoscendo la scarsità delle sue forze, lo assediano strettamente. Avrebbe potuto essere aiutato da Marcello, un luogotenente, che, con la cavalleria, trovavasi poco discosto. Ma Marcello era uno di quei generali che avevano avuto da Costanzo l'incarico non di soccorrere, bensì di sorvegliare Giuliano. Obbediente alla consegna, lo lasciò solo alle prese con le difficoltà della situazione. Ma la fiera resistenza di Giuliano scoraggia gli assedianti che, dopo un mese, si ritirano vergognosi e tristi pel loro completo insuccesso. Giuliano depone dal comando l'indegno Marcello, e costui corre a Milano ad accusarlo, confidando nella disposizione di Costanzo, il cui orecchio era sempre aperto alle accuse dei delatori. Ma Giuliano lo seppe prevenire, mandando a Milano il suo fidato Euterio, il quale prese con tanta efficacia le sue difese davanti all'imperatore, che, almeno per questa volta, le calunnie dei cortigiani e dei delatori rimasero inascoltate. Ed, anzi, a Giuliano venne affidato, senza restrizione e senza imposizioni d'altri generali, il comando supremo dell'esercito[65]. Se non che la campagna del 357 minacciò di condurre ad un disastro, per la slealtà di un altro luogotenente, [pg!57] Barbazio, che si lasciò sconfiggere dai Germani, per accorrere lui pure ad accusare Giuliano[66]. Ma le sue arti vennero a smarrirsi davanti alla grande battaglia che Giuliano guadagnava, presso Strasburgo, sulla coalizione dei principali re delle tribù germaniche, condotta dal più potente di essi, il re Conodomario.
Ammiano e Libanio sono concordi nel giudizio sulla condotta di Barbazio, debole ed insieme ispirato dall'odio contro Giuliano. Ma, nel racconto dei fatti, il retore e lo storico molte volte dissentono, perchè evidentemente attingono a fonti diverse, e, per verità, la fonte di Libanio pare, questa volta, preferibile a quella di Ammiano. Ammiano narra[67] che Barbazio, piuttosto che prestare a Giuliano alcune delle navi da lui preparate per costrurre i ponti sul Reno, le abbrucciò tutte. Libanio, invece, ci dice che Barbazio, volendo agire indipendentemente da Giuliano, aveva costrutto un ponte di barche, onde invadere le terre dei Germani. Ma i barbari, anticipando di quindici secoli la trovata degli Austriaci alla battaglia di Essling, gittarono nella corrente del fiume, a monte del ponte, grandi ammassi di legnami, che, venendo ad urtare contro le barche, le sconquassarono, le affondarono, e le distrussero. Barbazio, che non era un Napoleone, fuggì spaventato coi suoi 30,000 uomini, inseguito dai barbari[68].
La ritirata di Barbazio aveva sollevati gli animi dei Germani, e fattili sicuri di una completa vittoria sull'esercito di Giuliano. Da un disertore eran venuti a sapere che il Cesare non poteva opporre alla coalizione [pg!58] dei sette re barbari che 13,000 uomini[69]. Pertanto Conodomario, che guidava l'armata barbarica, risolvette di dare un gran colpo e di stabilirsi sulla sinistra del Reno, impadronendosi, con la distruzione del piccolo esercito romano, di tutta la Gallia orientale. Ma le speranze di Conodomario, pur giustificate dalla difficile condizione in cui la defezione di Barbazio aveva lasciato Giuliano, furono mirabilmente sventate dal geniale eroismo del Cesare. Bisogna leggere in Ammiano la lunga descrizione di questa battaglia, per ammirare la genialità soldatesca, la presenza di spirito, l'eroismo del giovane condottiero. L'esercito romano non era che la metà dell'esercito barbarico. Conodomario, «il nefando incendiatore della guerra — dice Ammiano — portante sul capo un elmo fiammante, guidava l'ala sinistra, audace e fidente nella gran forza delle sue membra, sublime sul cavallo spumeggiante, brandendo un giavellotto di spaventosa grandezza, cospicuo pel luccicare dell'armatura»[70]. I barbari avevano la certezza della vittoria. Tentare la battaglia era, da parte dei Romani, prova di singolare audacia. Ma Giuliano, questo filosofo, questo teologo, questo mistico e fantastico pensatore era, per un miracolo che non so quando mai siasi altre volte verificato, un uomo d'azione di strana potenza. Sul campo di battaglia, insieme alla prontezza del colpo d'occhio, aveva, in sommo grado, la facoltà di infondere nei soldati la fiducia, l'ardore della pugna, l'entusiasmo e la gioia del pericolo. Queste doti che rifulgono di singolar luce nella campagna di Gallia, [pg!59] ricomparvero non meno brillanti nella guerra contro i Persiani e sono uno dei lineamenti principali del carattere di Giuliano. Così avvenne che la battaglia di Strasburgo, voluta da lui e condotta con la più abile audacia, finì con una spettacolosa vittoria. L'esercito barbarico fu in parte ucciso nel combattimento, in parte gittato nel Reno. Il terribile re Conodomario, che tentava di fuggire e di nascondersi, fu fatto prigioniero, e, mandato da Giuliano a Costanzo, fu rinchiuso, a Roma, in un carcere sul Monte Celio, dove moriva[71].
Di questa vittoria memorabile Costanzo ebbe più dispetto che piacere. Alla corte di Milano si chiamava Giuliano, per ischerno, Vittorino. I cortigiani finsero di dare tutto il merito alle sapienti disposizioni dell'imperatore, e costui si prestò alla stolta adulazione, per modo da lasciare, negli atti imperiali, una relazione della battaglia di Strasburgo, nella quale egli figurava come il tattico glorioso della giornata, dimenticandovi affatto il nome e le gesta di Giuliano «che, dice Ammiano, egli avrebbe profondamente nascosto, se la fama non sapesse tacere le cose gloriose, [pg!60] sian pur molti coloro che le vogliono oscurare — ni fama res maximas vel obumbrantibus plurimis silere nesciret»[72].
Giuliano, per raccogliere i frutti della sua vittoria, passa il Reno, e si spinge nel cuore della Germania, cacciando davanti a sè i barbari atterriti da tanta audacia. E, finalmente, ricostrutto e munito un castello, innalzato da Traiano e poi abbandonato, e stabilita una tregua di dieci mesi con quegli stessi re che avevano combattuto a Strasburgo, ritorna nella Gallia e va a svernare a Parigi. In tutta questa campagna fu così meraviglioso il valore di Giuliano che, dice Ammiano, quasi si può credere a coloro i quali pretendevano che egli cercasse la morte, perchè preferiva cadere combattendo piuttosto che condannato, come il fratello Gallo. Ma una tale spiegazione non vale, continua Ammiano, perchè Giuliano, diventato imperatore, si illustrava con atti che non furono meno meravigliosi ed eroici[73].
Nei quartieri invernali di Parigi, nella breve sosta che gli è concessa dalla guerra, a che pensa Giuliano? A rivedere i conti finanziari della Gallia, a discutere con Florenzio, il prefetto del pretorio, come sarebbe a dire il ministro delle finanze, per dimostrargli che la Gallia non può tollerare nessun aumento di imposte, e che, del resto, non ve n'era bisogno, perchè il bilancio bastava a tutte le spese necessarie. Il ministro rivolge i suoi reclami all'imperatore e questi esorta Giuliano ad aver fiducia in Florenzio. Ma Giuliano è irremovibile; non vuole neppur leggere lo [pg!61] scritto contenente le proposte di Florenzio, ed, in un momento di sdegno, lo scaglia a terra. Così, per la sua fermezza, la Gallia è salvata dalla rovina[74]. A ragione i popoli della Gallia eguagliavano l'amministrazione di Giuliano ad un sole sereno che risplendeva dopo squallide tenebre.
Il dissenso fra Giuliano e Florenzio, che fu certo una delle cause principali della sfiducia e dei rinascenti sospetti di Costanzo, aveva la sua origine in una ragione più personale di quella che fosse la pubblica amministrazione. Florenzio, seguendo le abitudini del tempo e del governo imperiale, rubava. L'intemerato Giuliano non poteva tollerare la cosa; da qui il proposito, in Florenzio e nei suoi colleghi, di liberarsi dell'incomodo principe. Un episodio, narrato da Libanio, illustra la situazione. «Avvenne — narra maliziosamente Libanio — che un cittadino accusasse di furto un magistrato. Florenzio, come prefetto, faceva da giudice, e, pratico com'era del rubare, ed essendo già stato comperato, espresse il suo sdegno contro l'accusatore, sentendosi compromesso col suo compagno d'arte. Ma, siccome l'ingiustizia era palese, e se ne parlava in pubblico, e ne prurivano le orecchie dell'autore, egli chiamò giudice il principe stesso. Questi, sulle prime, si rifiutò, dicendo che non era cosa di sua competenza. Ma Florenzio insistette, non già perchè volesse una sentenza giusta, ma perchè credeva che Giuliano l'avrebbe pronunciata d'accordo con lui, anche se si trattasse di un'ingiustizia. Ma, quando vide che la verità gli stava più a cuore dei riguardi per lui, ne ebbe gran dispiacere, e calunniando, [pg!62] con lettere, quel personaggio che aveva la massima fiducia di Giuliano[75], lo fece espellere dalla reggia, come se traviasse il giovane principe al quale, invece, faceva da padre»[76].
Noi dobbiamo tener conto di questi fatti singolari che ci rappresentano Giuliano come uno degli uomini più illuminati, più coscienziosi, più giusti che abbia avuto l'antichità. Da questi fatti noi dovremo poi trarre le naturali conseguenze, quando vorremo giudicare, nella sua reale consistenza, l'azione per cui egli è stato come infamato davanti alla posterità, voglio dire il tentativo di restaurazione del Paganesimo.
Le due campagne susseguenti del 358 e del 359 furono, per Giuliano, una serie di successi, pei quali l'audace e fortunato generale, non pago di liberare la Gallia, penetrava nel cuore della Germania, e sottometteva, ad una ad una, le più bellicose tribù. La slealtà dei nemici, che non tenevano i patti, se non atterriti dai castighi, e la difficoltà degli approvvigionamenti, la cui mancanza una volta rivoltava a Giuliano i suoi fidi soldati[77], gli creavano, ad ogni passo, ostacoli ed impacci da scoraggiare ed abbattere qualsiasi abile condottiero. Ma egli non perdeva mai la presenza di spirito, la sicurezza del colpo d'occhio, l'opportunità dell'audacia, e così riesciva a portare la pace, l'ordine, la prosperità in regioni, ormai da lunghi anni sconvolte e che vivevano sotto la minaccia perpetua di invasioni disastrose. È bello udire con che legittima alterezza, ma, insieme, con quanta dignità, Giuliano parla dei suoi successi militari. «Nei due [pg!63] anni seguenti (la battaglia di Strasburgo) — egli scrive agli Ateniesi — i barbari furono del tutto espulsi dalla Gallia, moltissime città furono risollevate, e navi, in quantità, giunsero dalla Brettagna. Io riunii una flotta di seicento navi, di cui quattrocento da me costrutte in meno di dieci mesi, e con esse risalii il Reno, impresa non lieve, a cagione dei barbari che abitavano le sponde. Florenzio, anzi, credeva la cosa tanto impossibile ch'egli prometteva a quei barbari una mercede di due mila libbre d'argento, pur di aver libero il passo. Costanzo, avendo avuta notizia dell'offerta, mi scrive di darvi esecuzione, a meno che a me paresse troppo vergognosa. E come non lo sarebbe stata, se tale pareva anche a Costanzo, pur avvezzo a patteggiare coi barbari? Ma io non diedi nulla, e marciando contro di essi, con la difesa e l'assistenza degli dei, occupai il paese dei Salii, e scacciai i Camavi, avendo predati molti buoi e donne e fanciulli[78]. Così li atterrii tanto coi preparativi delle mie invasioni, che tosto mi mandano ostaggi, e assicurano il libero passaggio dei viveri. Sarebbe troppo lungo l'enumerare, e lo scrivere, ad una ad una, tutte le cose che io feci in quattro anni. Le riassumo. Tre volte passai il Reno: ricuperai dai barbari venti mila nostri prigionieri che si trovavano oltre il Reno; in due battaglie ed in un assedio [pg!64] presi migliaia di uomini, nel fiore dell'età; mandai a Costanzo quattro schiere di fortissima fanteria, tre un po' più deboli, due coorti di cavalieri valorosissimi; ora, per la grazia degli dei, io posseggo tutte le città, avendone riprese poco meno di quaranta»[79].
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