Or siamo giunti al momento fatale della vita di Giuliano. Sta per maturare l'evento che deve portarlo al vertice della potenza. Mentre il Cesare, nella Gallia e nella Germania, correva di vittoria in vittoria, Costanzo, in Oriente, si dibatteva fra le più gravi ed ingloriose difficoltà, in conseguenza della guerra che, da tanti anni, ferveva contro i Persiani e che minacciava di diventar un disastro per l'impero. L'animo meschino e perverso di Costanzo s'ingelosiva del cugino. Temendo che la continuazione dei suoi trionfi potesse sollevarlo ad aspirazioni d'impero, Costanzo, istigato da Florenzio, a quel che narra Ammiano[80], pensa di troncargli le ali. A tale intento, manda a Parigi il tribuno Decenzio, coll'ordine a Giuliano di spedirgli, in Oriente, la parte migliore delle sue truppe, le legioni degli Eruli, dei Batavi, dei Petulanti e dei Celti, raccomandando di non frapporre indugi, così che quei soldati possano giungere in tempo di prender parte alla campagna della prossima primavera contro i Parti alleati dei Persiani. Il generale Lupicino doveva condurre quelle truppe. Giuliano prevede che l'ordine dell'imperatore non può eseguirsi senza contrasto e senza pericoli. Quei soldati barbari avevano [pg!65] preso volontario servizio, a condizione di non abbandonare i loro paesi. Era certo che si sarebbero rifiutati a lasciarsi portare nel lontanissimo Oriente, a morire lungi dalle loro famiglie. Lupicino, intanto, era assente, mandato, molto prima, da Giuliano, in Inghilterra, e Florenzio, prevedendo il temporale, si era ritirato a Vienna, e indugiava ad accorrere alla chiamata di Giuliano. Questi si trovava senza consiglieri, solo ad assumere la responsabilità, pressato da Decenzio, che sentiva il pericolo dell'indugio. Infatti, nelle legioni, correva un libello anonimo in cui fra le altre cose si diceva: « — Noi, come colpevoli e condannati, siamo cacciati agli estremi confini della terra, e le nostre famiglie, che, dopo tante sanguinose battaglie, liberammo dalla prigionia, saranno serve per sempre ai Germani»[81]. Letto questo libello, Giuliano, onde togliere ciò che pareva fosse pei soldati il maggior sacrifizio, dispone che le famiglie possano seguirli e fornisce i mezzi di trasporto. Decenzio insiste affinchè, dai luoghi circostanti, in cui erano alloggiate, le legioni siano concentrate a Parigi, donde prendere le mosse. Così si fa, e, raccolte le truppe nei sobborghi di Parigi, Giuliano le visita, le esorta, parla ad uno ad uno a quei soldati che personalmente conosce, e cerca di animarli con la previsione della liberalità dell'imperatore e dei premi che li aspettano. Poi raccoglie i capi ad un solenne banchetto, da cui questi si ritirano tristi e commossi, perchè la fortuna inclemente li privava, insieme, di sì giusto condottiero e della loro terra natia[82].

[pg!66]

Tutto pareva ormai tranquillo, ed ogni pericolo di resistenza sventato, quando, nel cuore della notte, le legioni prendono le armi ed, accorrendo al palazzo, lo circondano in modo che nessuno possa fuggire. Con grida immense, proclamano Giuliano Augusto, cioè, Imperatore, e, al primo albeggiare, lo costringono a presentarsi e raddoppiano, alla sua vista, il festoso clamore. Invano Giuliano tenta di calmarli, promettendo loro che non avrebbero passate le Alpi, ed assicurandoli del perdono di Costanzo. I soldati s'infuriano di più, e, alzatolo sugli scudi, vogliono che si ponga in capo il diadema imperiale. Egli non ne ha. Ebbene, s'incoroni con una collana di sua moglie. Ma un ornamento femminile non conviene come emblema d'impero. Si prenda il pettorale dorato di un cavallo. Peggio ancora. E, allora, un vessillifero dei Petulanti, strappandosi una collana che portava come segno del suo grado, ne circonda il capo di Giuliano. Questi, che non ha potuto resistere alla pressione dei soldati, si ritira incerto, stupefatto, esitante nella reggia. Ma ecco che, il giorno seguente, fra i soldati, si diffonde la voce che Giuliano è stato segretamente trucidato. E tosto riprendono le armi e furiosi corrono alla reggia, e non si acquetano finchè il nuovo imperatore non viene al loro cospetto, rifulgente delle insegne del potere. Da quel momento, Giuliano assume apertamente la sua posizione, parla ai soldati come imperatore, loro ricorda le imprese insieme compiute, dichiara di confidare intieramente nella loro lealtà, e promette ricompense e promozioni. Egli spera ancora di evitare la guerra civile e di trovare un accordo con Costanzo, ma è risoluto a non indietreggiare, e si dice sicuro di sè stesso e della sua sorte. Anzi, ai più intimi racconta che, nella notte [pg!67] antecedente alla sua proclamazione, gli era apparso il genio dell'impero, e gli aveva detto: «Più di una volta, o Giuliano, io occupai il vestibolo del tuo palazzo, nell'intento di accrescere la tua dignità, ma sempre mi ritirai quasi respinto. Se anche ora non mi accogli, malgrado il parere concorde di tanti, io me ne partirò mortificato e mesto. Ma, tientelo bene in mente, io teco non sarò mai più!»[83].

Di questi avvenimenti interessanti noi abbiamo il racconto, scritto da Giuliano stesso. Nel manifesto, da lui mandato al Senato ed al popolo d'Atene, nel momento in cui, rotto ogni indugio, egli moveva contro Costanzo, il nuovo imperatore narra come sia avvenuta la sua proclamazione. Quel racconto, che ci fa rivivere nella realtà, è, nelle sue linee principali, in completo accordo con quello che ci lasciava Ammiano. Dice Giuliano come egli fosse circondato da spie e da calunniatori, di cui nomina i principali, Pentadio, Paolo, Gaudenzio, Luciniano. A costoro si aggiunge anche Florenzio, in causa dei disaccordi finanziari di cui già trovammo notizia in Ammiano ed in Libanio. Costoro, primieramente, ottengono da Costanzo che sia allontanato il più fidato amico di Giuliano, Sallustio, che conosceva tutti i segreti di lui, e poi istigano l'imperatore a portargli via l'esercito. «Costanzo, forse solleticato dall'invidia delle mie imprese, mi scrive una lettera piena di offese per me, e di minacce pei Celti. E comanda che, senza distinzione, quasi tutte le truppe migliori, siano condotte via dalla Gallia, e affida l'esecuzione dell'ordine a Lupicino ed a Gentonio, e mi ammonisce di guardarmi [pg!68] bene dall'oppormi ad essi. Ma come dirvi ora ciò che gli dei hanno fatto per me? Io aveva in animo — gli dei stessi mi sian testimoni — di gittar via tutti gli splendori e le cure del regno, e di vivere in riposo, lontano dagli affari. Ma aspettava che giungessero Florenzio e Lupicino, il primo dei quali era a Vienna, l'altro in Brettagna. Intanto, cominciava una grande agitazione nei cittadini e nei soldati, e, in una città vicina, si spargeva, nelle legioni dei Petulanti e dei Celti, un libello anonimo, in cui si diceva assai male dell'imperatore; si lamentava l'abbandono della Gallia; e lo scrittore deplorava, insieme, le offese che mi erano fatte. Quel libello produsse in tutti una viva impressione, e i partigiani di Costanzo insistettero, presso di me, con tutte le loro forze, onde facessi partire i soldati, prima che simili scritti si spargessero nelle altre legioni. Non aveva intorno a me nessuno che mi fosse benevolo, ma solo Nebridio, Pentadio, e Decenzio che era venuto a comunicarmi gli ordini di Costanzo. Diceva io che conveniva aspettare Lupicino e Florenzio, ma essi non approvano e affermano che bisogna agire subito, se non voglio agli antichi sospetti aggiungere, come dimostrazione, questo nuovo esempio. E continuavano: — Se tu ora spedisci i soldati, il merito sarà tuo. Venuti quei due, Costanzo non darà il merito a te, ma a loro, e tu sarai accusato... — Si aprivano a me due strade. Io voleva andare per l'una, essi mi costringono a prendere l'altra, nel timore che quanto era avvenuto potesse essere pei soldati un principio di rivolta, e diventare causa di un completo disordine. E, per verità, quel timore non era del tutto irragionevole. Infatti, vennero le legioni, ed io, secondo i presi accordi, andai incontro, e loro annunciai l'imminente [pg!69] partenza. Passò un giorno, durante il quale io nulla conobbi delle loro risoluzioni. Lo sanno Giove, il Sole, Marte, Minerva e tutti gli dei, che, fino alla sera, non mi venne neppur l'ombra di un sospetto. Non fu che tardi, dopo il tramonto, che mi giunse qualche notizia, ed ecco, d'un tratto, la reggia, è circondata, e tutti gridano, mentre io penso a ciò che si dovesse fare, e non credo a me stesso. Io mi trovava solo in una camera vicina a quella di mia moglie, allora ancor vivente. Di là, guardando il cielo, da un'apertura nella parete, mi prosternai a Giove. Diventando sempre più forte il rumore, e gridando tutti, giù nelle sale della reggia, io supplicai il dio di darmi un segno, ed egli me lo diede, e mi rivelò che doveva cedere e non oppormi alla volontà dell'esercito. Malgrado questo segno, io non fui pronto ad arrendermi, ma resistetti finchè mi fu possibile, e non accettai nè il titolo nè la corona. Se non che, mentre a me non riusciva di acquietare nessuno, gli dei, i quali volevano che tutto ciò avvenisse, eccitavano i soldati sempre di più, e ammollivano, invece, la mia risoluzione, così che, verso l'ora terza, non so qual soldato, strappandosi una collana, me ne circondò il capo, ed io entrai nella reggia, sospirando, come lo sanno gli dei, dal profondo del cuore. Io ben sapeva che doveva affidarmi al segnale divino, ma mi doleva assai il parere di non serbarmi, sino alla fine, fedele a Costanzo.

«V'era, intorno alla reggia, molto turbamento. Gli amici di Costanzo, pensando di cogliere una buona occasione, mi tendono un'insidia, e distribuiscono del danaro ai soldati, nell'aspettazione di una di queste due cose, o di vederli dividersi gli uni dagli altri, o gittarsi tutti quanti apertamente contro di me. Essendosi [pg!70] accorto di questo segreto maneggio uno degli ufficiali di servizio di mia moglie, me ne dà tosto notizia, e, quando vede che io punto non me ne incarico, infuriato come un epilettico, si pone a gridare sulla piazza: — Soldati, stranieri, cittadini, non tradite l'imperatore! — Ed ecco che i soldati si esaltano, e tutti, con le armi, corrono alla reggia. Vedendomi vivo, lieti come chi, contro ogni speranza, ritrova un amico, mi circondano, mi abbracciano, mi portano sulle spalle, ed era cosa degna di vedersi, tanto parevano pieni di entusiasmo. Quando mi ebbero in mezzo, mi chiesero di consegnar loro gli amici di Costanzo, onde punirli. Quale lotta io dovetti sostenere per salvarli, lo sanno gli dei!»[84].

Era proprio completamente sincero Giuliano in queste sue dichiarazioni di innocenza, in queste sue affermazioni di sorpresa e di meraviglia? Si può dubitarne, senza fargli gran torto. La condotta di Costanzo verso di lui era tale da non lasciargli alcun dubbio sulla sorte finale che lo aspettava. Se avesse fatto partire i suoi soldati, egli era un uomo perduto. A lui non restava altra difesa che la ribellione agli ordini ricevuti. Onde salvarsi, doveva dimostrare a Costanzo di avere a sua disposizione una forza maggiore della sua. Che, in tutte quelle esitazioni, in quelle suppliche agli dei, in quelle ripetute proteste, ci sia un po' di commedia, è naturale il supporlo. Ammiano ci racconta, e Giuliano ci conferma con gran calore, che gli dei gli avevano chiaramente manifestato il loro volere con un miracolo. Ma questi miracoli così opportuni non si verificano se non per [pg!71] coloro che li aspettano, onde sanzionare ciò che già hanno risoluto di fare. I soldati adoravano questo mistico filosofo al quale i gravi studi non impedivano di essere sempre il primo nei pericoli e negli stenti, e che li aveva condotti di vittoria in vittoria. Già, sul campo di battaglia di Strasburgo, avevan voluto proclamarlo imperatore[85]. Allora recisamente rifiutava perchè le circostanze non erano tali da costringerlo all'alternativa di ribellarsi o di perire. Ma i suoi continui successi, in guerra ed in pace, anzichè attenuare, avevano inviperiti i sospetti e la gelosia di Costanzo, così che, per salvarsi, l'eroico Cesare si trovò trascinato ad incoraggiare, se non a provocare, quella proclamazione ad Augusto, a cui, due anni prima, si era risolutamente opposto.

Che Giuliano nutrisse il presentimento ed il desiderio del suo alto destino, e che, pertanto, non sia stato del tutto estraneo al movimento soldatesco che lo ha portato al trono, si vede anche dalla lettera, diretta al fidato suo medico Oribasio, datata dagli ultimi tempi del suo cesarato[86]. Il sogno che vi è narrato è troppo chiaro per non essere l'espressione di un pensiero che già covava nella mente del sognatore. «Il divino Omero dice che due sono le porte dei sogni, e che, quindi, diversa è la fede che meritano le loro predizioni. Ma io credo, che tu, questa volta più che altra mai, hai veduto bene nel futuro. Poichè io stesso oggi ho avuto una visione simile alla tua. Mi pareva di vedere un alto albero, piantato in una vastissima sala, piegarsi a terra, e, dalle sue [pg!72] radici, sorgere un altro piccino, tutto a fiori. Io era in gran pena pel piccino, temendo che lo si recidesse col grande. Mentre mi avvicino, ecco il grande albero è disteso al suolo, ma il piccino è ritto e guarda il cielo. A tale vista, ansioso esclamai: — Quell'albero è caduto! E c'è pericolo che neppure il rampollo possa salvarsi! — Allora, uno, che mi era del tutto sconosciuto, disse: — Guarda bene, e fatti coraggio. La radice è rimasta nella terra, e il piccino è salvo e si consoliderà sicuramente».

Che questo medico Oribasio abbia avuto una parte importante nei maneggi che precedettero l'elezione di Giuliano, e che egli abbia adoperata la sua influenza ad accendere nel principe l'aspirazione alla dignità imperiale, non è improbabile, ed è affermato esplicitamente da Eunapio nella vita di Oribasio stesso[87]. Parrebbe, anzi, che Oribasio, nelle memorie da lui lasciate, si vantasse della parte avuta nell'avventura, aumentando la responsabilità dell'iniziativa in Giuliano, più di quello che ammettono Giuliano stesso ed Ammiano, pei quali la ribellione non sarebbe stata che un atto di necessaria difesa. Un fatto curioso e che può essere sintomatico è che Giuliano, a quel che narra Eunapio[88], fece venire dalla Grecia in Gallia il gran sacerdote dei Misteri, l'ierofante, come si chiamava, e non si risolvette alla ribellione se non dopo aver compiuto con lui, nel massimo segreto, i riti sacri. Oribasio e il fido Evemero erano soli nella confidenza. Conoscendo l'animo superstizioso di Giuliano, reso [pg!73] ancor più superstizioso dagli insegnamenti avuti da Massimo, ben si comprende come egli volesse consultare gli dei, prima di risolversi, e come, quindi, gli riuscisse preziosa l'opera dell'ierofante. Ma la circostanza d'averlo fatto venire dalla Grecia a Parigi non può a meno di far nascere il sospetto della premeditazione. In ogni modo, son troppo scarsi i dati per poter innalzare con essi un edificio sicuro. Il meglio per noi è di attenerci alle narrazioni così precise e vivaci che troviamo nel Manifesto agli Ateniesi e nella storia dell'onesto ed imparziale Ammiano.

Quei moderni difensori di Costanzo, di cui già parlammo, e primo fra questi il Koch, in quel suo studio che è scritto con critica acuta e con grande erudizione, voglion vedere, nella rivolta di Parigi, una commedia di Giuliano, il quale vi avrebbe trovato il pretesto per ribellarsi apertamente all'imperatore. Se non che, pur non badando a quell'accento di verità che risuona nella parola di Giuliano, l'analisi, dirò così, psicologica degli uomini e della situazione persuade ogni osservatore spregiudicato, e che non sia ispirato dal demone dell'ipercritica, che il torto, in questo storico dissidio fra i due cugini, è intieramente dalla parte di Costanzo. Prima di tutto ricordiamo come sia impossibile togliere a quest'ultimo la responsabilità di quello spaventoso delitto che fu la strage della famiglia costantiniana, da lui voluta o tollerata alla morte del padre Costantino, quel delitto per cui Giuliano poteva pubblicamente chiamarlo «l'assassino del padre mio, dei fratelli, dei cugini, potrei dire il carnefice di tutta la nostra comune famiglia e parentela»[89]. [pg!74] Contro un uomo siffatto sono giustificate le più nere prevenzioni. Sospettoso di tutto e di tutti, Costanzo era sempre pronto ad aprire l'orecchio ai calunniatori. Primo, fra questi, quell'eunuco Eusebio, che gli stava al fianco, come ispiratore d'ogni suo atto, che lo spingeva sempre più avanti nella crudeltà, a cui naturalmente tendeva, e che fu il suo cattivo genio[90]. Costui lo aizzava contro Giuliano, in cui vedeva un temibile successore all'impero. Provava per lui quell'odio che le anime basse hanno naturalmente per gli uomini generosi e forti. Eusebio rappresentava la corruzione e il vizio regnanti nella Corte; Giuliano l'onesta semplicità e la rettitudine dello studioso, vissuto, lungi dagli intrighi, nell'ambiente puro di aspirazioni ideali. Eusebio doveva guardare l'avvicinarsi di Giuliano come il principio della sua rovina. Egli, pertanto, non cessava dal versar veleno nell'animo del credulo e perverso Costanzo. Se non fosse stata la salutare azione dell'imperatrice, Giuliano non sarebbe scampato ai sospetti del cugino. Certo, quei sospetti tacquero, per un istante, sotto la minaccia crescente delle invasioni germaniche, e Costanzo si lasciò persuadere dalla moglie a mandare il cugino in Gallia. E vogliamo anche ammettere che, sulle prime, fosse in buona fede, poichè, dopo tutto, ciò che più importava pel momento era di metter freno all'irrompere dei nemici. Ma i sospetti dovevano riaccendersi pei successi ottenuti da Giuliano e per la gloria che a lui ne veniva. E ripresero forza le influenze malvage che attorniavano l'imperatore, influenze che, scomparsa per morte la bella Eusebia, [pg!75] non avevano più ritegno. A me non par dubbio che l'ordine improvviso e sconsigliato con cui Costanzo, d'un tratto, chiamava in Oriente la parte migliore dell'esercito di Gallia fosse ispirato dal desiderio di mandar Giuliano a perdizione. Certo, la posizione di Costanzo, in Oriente, dopo la caduta d'Amida era scabrosa[91], e la Mesopotamia correva pericolo di essere interamente invasa dai Persiani. Ma non erano i soldati che mancavano a Costanzo, mancava una saggia direzione della guerra, direzione resa impossibile dalle insinuazioni calunniatrici degli eunuchi che circondavano l'imperatore, dei quali Ammiano ci fa una così curiosa pittura[92]. In ogni modo, se Giuliano era riuscito, col suo valore, a rigettare i Germani al di là del Reno ed a ridare la pace alla Gallia, la sua posizione rimaneva pur sempre pericolosa, e non era dubbio che, lasciata la Gallia non sufficientemente difesa, le invasioni sarebbero ricominciate[93]. Costanzo, lasciando il Cesare indebolito davanti al pericolo risorgente, voleva ch'egli pure avesse la sua parte della vergogna di cui la caduta di Amida lo aveva coperto in Oriente.

Ma la considerazione più forte è che Giuliano, se non fosse stata evidente l'intenzione ostile dell'imperatore contro di lui, non si sarebbe ribellato, perchè non avrebbe avuto nessun interesse a farlo. In posizione eminente, unico rampollo della famiglia di Costantino, giovanissimo, pieno di gloria, adorato dai soldati, Giuliano non aveva che da aspettare. Costanzo, [pg!76] più vecchio di lui di quindici anni, non aveva figli. L'impero gli sarebbe caduto nelle mani naturalmente, mentre la ribellione lo esponeva ai pericoli di una guerra civile, la quale assai probabilmente sarebbe finita con la sua catastrofe. Pare, pertanto, non possa esser dubbio che Giuliano sia stato trascinato alla ribellione dalla necessità della propria salvezza. Piuttosto che abbandonarsi alla sorte che gli pendeva sul capo, decise di affrontare il pericolo. Può darsi che, nei preparativi della ribellione, egli abbia avuto una parte maggiore di quella che vorrebbe far credere. Ma sarebbe ingiustizia il farne risalire a lui la responsabilità.