Ma qui avviene un fatto strano, impreveduto, un fatto terribilmente funesto che basterebbe, anche solo, a provare come fosse poco equilibrata la mente di quel giovane geniale. La campagna si poteva dire guadagnata. Giuliano si trovava alle porte di Ctesifonte, la capitale persiana. Questa città era difesa da un esercito sconfitto; il prestigio militare di Giuliano era, per sè stesso, l'arma più potente. In ogni modo, il vincitore di Pirisabora, di Maiozamalca, l'audacissimo fra i condottieri non poteva arretrarsi davanti all'ultimo sforzo. Che fa, invece, Giuliano? Si ferma cinque giorni ad Abuzata, presso il campo della sua vittoria, e vi raccoglie un consiglio di guerra. E questo è unanime nel dissuadere l'imperatore a tentare la presa di Ctesifonte, perchè, si dice, sarebbe pericoloso impegnare l'esercito in questa operazione, mentre potrebbe [pg!105] sopraggiungere il re Sapore, col suo esercito, che, fino allora, era stato lontano dai luoghi dell'azione[142]. Quel Giuliano che non dava mai retta ai consigli altrui, che non obbediva nemmeno agli auguri, se non quando predicevano ciò ch'egli desiderava, che, malgrado le preghiere, gli scongiuri di tutti i suoi generali, aveva tentato l'arrischiatissimo passaggio del Tigri, questa volta si arrende e rinuncia, per un pericolo ipotetico, a quell'ultimo atto della guerra che pareva dovesse esserne il termine glorioso. Ciò vuol dire che l'abbandono di Ctesifonte era già prestabilito nell'animo di Giuliano. Ma perchè? Forse l'inquieto avventuriero era già stanco dell'impresa persiana, che ormai gli sembrava troppo facile, o, almeno, aveva perduto per lui il fascino dell'ignoto. La gloria di Alessandro balenava ai suoi occhi. Le sue aspirazioni non si fermavano all'Eufrate ed al Tigri; i fiumi dell'India lo chiamavano con un'attrattiva potente appunto perchè vaga e lontana. — Tendeva il pensiero ai fiumi dell'India — dice Libanio[143].

Ora, la difficoltà di procedere alla presa di Ctesifonte era un buon pretesto per slanciare l'esercito nell'avventura di un'impresa in terreni ignoti. Infatti, se era difficile andar avanti, era non meno difficile tornare indietro, facendo risalire alle molte navi la corrente del Tigri e dell'Eufrate. Ci sarebbe voluto, dice giustamente Libanio, la metà dell'esercito, impiegata al rimorchio, ciò che avrebbe lasciata indifesa agli assalti dei Persiani tutta la spedizione[144]. Ed allora [pg!106] Giuliano fa questo piano, ancor più folle che audace — abbandonare le vie fluviali che erano state fino allora la sua base d'operazione, bruciare la flotta con tutte le provviste, onde impedire che cadesse in mano del nemico, e gittarsi nell'interno del paese, dove sapeva di trovare terre fertili, erbaggi e messi abbondanti. Senza credere all'esistenza di quel complotto persiano, di cui parla Gregorio di Nazianzo[145], e di cui egli, con scherno vittorioso, addita, in Giuliano, la vittima stolta, si può ammettere la probabilità, riconosciuta anche da Ammiano[146], che guide ignoranti o false abbiano illuso e traviato l'infelice imperatore, sempre troppo facile a credere ciò che gli andava a genio. Stabilito il piano, con quella prontezza di risoluzione, che era un elemento di riuscita nelle buone idee, ma un precipizio di rovina nelle cattive, Giuliano lo mette in esecuzione. Abbrucia tutta la flotta con le sue immense provviste, non conservandone che dodici da portar seco per la costruzione dei ponti, ed abbandona, con tutto l'esercito, la sponda sinistra del Tigri.

La stella di Giuliano è tramontata. Egli non ha che pochi giorni di vita, e son giorni di ansie terribili, glorificati da un eroismo che nella sventura giganteggia. Le guide lo tradiscono, e l'esercito erra senza direzione. La sua posizione è resa gravissima dalla condotta del nemico. I Persiani, veduto l'errore di Giuliano che si era, da sè stesso, privato della sua base d'operazione, si guardan bene dal venire a nuova battaglia, ma sistematicamente si [pg!107] accingono ad incendiare ed a distruggere le erbe ed il grano delle regioni circostanti, così da affamare l'esercito romano, il quale soffriva insieme pel calore eccessivo, per le morsicature degli insetti e per la piena delle acque[147]. Non giungendo gli aspettati aiuti dall'Armenia, Giuliano, vedendo impossibile mantenere il suo proposito, si risolve di ritirarsi piegando al Nord, per modo da raggiungere paesi più temperati, che avrebbero offerto all'esercito il necessario sostentamento. La marcia dei Romani procede per alcuni giorni difficilmente, in un paese devastato, disturbata continuamente dai Persiani che attaccano la retroguardia o i drappelli isolati. L'esercito del re Sapore segue ormai da presso i Romani in ritirata, e l'enorme polverio che si solleva all'orizzonte è indizio della sua presenza. Finalmente, nel piano di Maranga, si viene a battaglia[148]. È bello leggere in Ammiano, che assisteva alla battaglia, la descrizione dell'esercito persiano, in cui si trovavano due figli del re e molti satrapi, delle armature meravigliose, degli arcieri infallibili, degli elefanti spaventosi. Davanti a questo pauroso spettacolo, Giuliano riacquista tutta la sua prontezza di spirito e l'audacia sicura del concitato imperio. Per impedire ai famosi arcieri persiani di far strage da lontano dei suoi soldati, raccoglie in un denso nucleo gli invincibili fantaccini di Roma e della Gallia, e fa una carica a fondo sulla fronte del nemico che non sostiene l'urto e si volge in fuga, lasciando il terreno coperto di morti. Una grande vittoria, ma una vittoria inutile. Pei tre giorni consecutivi [pg!108] l'esercito di Giuliano sta tranquillo negli accampamenti, per ristorarsi e curar le ferite. Nella notte del terzo giorno, Giuliano, che partecipava a tutti gli stenti dei suoi soldati, si alza dal duro giaciglio. Come al solito — mirabile serenità di spirito — stava scrivendo e meditava su di un libro di filosofia, quand'ecco gli appare un fantasma. È quel medesimo Genio che a Parigi, nella notte della sua proclamazione, gli aveva imposto di accettar la corona imperiale. Giuliano or lo rivede, ma mesto e col volto dimesso uscir dalla tenda e abbandonarlo. Il forte uomo non si scoraggia. Sia fatta la volontà degli dei, egli dice in cuor suo, ed esce a cielo scoperto, ed ecco una stella cadente, di singolare splendore, attraversar il cielo e svanire. All'alba egli chiama gli aruspici etruschi per chieder loro che voglia dire l'apparizione di quella stella evanescente. È un segno funesto, rispondono gli aruspici. Ogni impresa, ogni tentativo deve, per quel giorno, essere sospeso[149]. Ma Giuliano, che era superstizioso più per sistema che per convinzione, e che non mancava mai di interrogare gli auguri, salvo a far ciò che già prima aveva deliberato, muove l'esercito, appena è chiaro il giorno. La lunghissima schiera era già in marcia, con opportune difese sui fianchi, e Giuliano si trovava all'estrema avanguardia, quando gli si reca l'annuncio che la retroguardia è stata assalita dai Persiani. L'imperatore senza indugiare a vestirsi la corazza, afferra uno scudo, vola a portar aiuto ai suoi quando ecco apprende che anche l'avanguardia, da lui appena lasciata, è stata assalita. Ritorna [pg!109] indietro per rinfrancarla ed ordinarla, ed ecco anche il fianco riceve l'urto del nemico. Ma il mirabile guerriero è dovunque si addensa il pericolo, incoraggia, dispone, guida all'assalto, e riesce, ancora una volta, a porre in fuga l'esercito persiano. Giuliano, ormai certo della vittoria, si slancia all'inseguimento, ed alzando le braccia, dimentico di essere disarmato, eccita i soldati a tenergli dietro, quando un'asta, scagliata mai si seppe da chi, trapassandogli il braccio, va a conficcarsi nel petto. Egli cerca di strappare il ferro, ma cade da cavallo ed è portato nella tenda. Dopo alcuni istanti, calmatosi lo spasimo, l'eroe vuol ritornare alla battaglia, ma le forze gli mancano e ricade. Intanto la notizia del disastro, diffusasi come un lampo, nell'esercito che adorava il suo imperatore, lo infiamma d'ira e di dolore, e lo spinge alla vendetta. I Persiani sono respinti con perdite enormi, e Giuliano può morire in pace.

Chi ha scagliato contro Giuliano l'asta mortale? Il sospetto di un tradimento non è del tutto escluso. Infatti, Ammiano ci narra che, alcuni giorni dopo, trovandosi i Persiani sopra un'altura da cui potevan mandare e frecce e parole ai nemici, li insultavano verbis turpibus, chiamandoli uccisori del migliore dei principi, perchè, aggiunge lo storico, era corsa la voce che Giuliano fosse perito per arma romana — Iulianum telo cecidisse romano[150]. E, naturalmente, da parte degli amici dell'imperatore, nacque subito il sospetto che il colpo partisse da un cristiano. Guardiamo, infatti, ciò che narra Libanio.

La morte di Giuliano è narrata da Libanio in modo [pg!110] concorde con quanto sappiamo da Ammiano. Anch'egli ci dipinge l'imperatore che, nel fitto della battaglia, spinge il cavallo là dove vede maggiore l'impeto del nemico, e manda manipoli di soldati in aiuto dove appare il bisogno, e distribuisce i migliori fra i suoi duci nei punti più combattuti. La vittoria era sicura. «Ahi, esclama Libanio, o dei, o demoni, o mutamenti della fortuna, a quali ricordi io mi vedo condotto! Non è meglio che io mi taccia, e fermi il discorso alla sua parte più gradita?»[151]. No, continua l'oratore, è meglio che io parli, onde far cessare una notizia non vera intorno alla morte dell'imperatore. Questa notizia è che Giuliano sia stato ferito da un giavellotto persiano. Libanio crede, come or vedremo, che il colpo sia partito da uno dei suoi, ed egli ci fa intendere da un cristiano. Dunque, narra Libanio, i Persiani, stanchi e sfiduciati, stavano per ritirarsi, col proposito di mandare l'indomani a trattar della pace. Se non che, essendo nata un po' di confusione nell'esercito vincitore, perchè una parte si era spinta troppo avanti in confronto dell'altra che stava ancora sulla difesa, ed insieme oscurandosi il campo di battaglia pei nuvoli di polvere che un vento improvviso sollevava, Giuliano, seguito da un solo soldato di servizio, correva avanti per riallacciare le due parti dell'esercito che si erano slegate, quando un giavellotto lo colpisce, disarmato com'era, ed, attraversandogli il braccio, gli entra nel fianco, e gli infligge una ferita mortale. «L'eroe cadde per terra, e vedendo uscir con impeto il sangue, e pur volendo nascondere il fatto, risaliva tosto a cavallo, e siccome il sangue rivelava la ferita, gridava [pg!111] di non spaventarsene, che non era mortale. Così diceva, ma fu vinto dal fato crudele». Ma chi è stato il feritore? chiede Libanio. Non è stato un Persiano, perchè, sebbene grandi premi fossero promessi a chi avesse provato di aver scagliato il colpo, nessuno si presentò. «Essi, dice amaramente Libanio, ci lasciarono cercare, in mezzo a noi, l'uccisore». E qui viene l'insinuazione contro i Cristiani. «L'uccisore, continua Libanio, dobbiamo cercarlo fra coloro ai quali pesava che Giuliano vivesse — ed eran quelli che vivevano contro le leggi — che già prima lo avevano insidiato, e che ora, potendolo fare, avevano compiuto il misfatto, mossi dal loro animo perverso, il quale si sentiva impotente sotto il regno di lui, sopratutto in ciò che si riferiva alle onoranze degli dei, che essi contrastavano».

Sedici anni dopo, Libanio, nel discorso diretto all'imperatore Teodosio, appena chiamato a reggere l'Oriente, per muoverlo a vendicare Giuliano, ritorna alla carica, e, non conoscendo ancora le tendenze cristiane del nuovo imperatore, lo eccita contro i Cristiani, additandoli come i colpevoli. Egli dice che Giuliano fu ferito da un certo Tajeno — ταιηνός τις — che obbediva a un comando superiore, e che si aspettava una ricompensa da coloro a cui premeva che l'eroe morisse[152], e che, in mezzo al pianto generale, ridevano di così grande sciagura. L'allusione ai Cristiani nelle parole di Libanio, è chiara ed evidente; anzi, probabilmente, in origine, non era un'allusione, ma un'affermazione esplicita, perchè quel ταιηνός τις è così singolare, e, nei codici, così oscillante da render [pg!112] molto probabile la supposizione che mani cristiane abbiano alterato il primitivo χριστιάνος τις. Che, del resto, Giuliano fosse stato ucciso per istigazione di coloro a cui premeva fosse abolito il culto degli dei, perchè, finchè questi erano in onore, si sentivano soffocati[153], era, secondo Libanio, cosa notoria. Sulle pubbliche piazze, negli angoli delle vie, si sussurrava come era stato composto il dramma[154]. Ma il silenzio voluto dai successori di Giuliano aveva impedito la rivelazione della verità.

Queste accuse di Libanio non hanno nessuna sicurezza di indicazione precisa, ed hanno contro di sè il silenzio assoluto di Ammiano e di Zosimo che, non avendo alcun interesse a tacere le colpe dei Cristiani, non avrebbero esitato a farsene rivelatori, quando fossero provate. D'altra parte, nulla vieta di supporre che, nella confusione della battaglia, fra i nembi di polvere che, a quel che dicono tutti i narratori, oscuravano l'aria, l'imperatore sia stato casualmente colpito da un'asta che non era diretta a lui. Però dobbiamo anche riconoscere che non è fuori affatto d'ogni probabilità la supposizione che l'uccisore sia stato un Cristiano, militante fra i soldati imperiali. L'odio dei Cristiani contro questo imperatore che minacciava di strappar loro di mano la vittoria, già conseguita sul mondo antico, era così grande da rendere possibile qualunque eccesso. Del resto, il mondo, cristianizzato nell'apparenza, lo era così poco nella realtà che i delitti di sangue non ispiravano nessuna ripugnanza ed erano, [pg!113] talvolta, non solo tollerati, ma giustificati e lodati dai Cristiani stessi. Di ciò sono prova luminosa le parole dello storico ecclesiastico Sozomene, il quale scriveva circa un secolo dopo la morte di Giuliano. Egli riproduce il passo di Libanio, e poi soggiunge: «Libanio, così scrivendo, vuol farci capire che l'uccisore di Giuliano deve essere stato un cristiano. E, forse, è vero. Poichè non è improbabile che taluno di quelli che si trovavano nell'esercito abbia pensato che i Greci e gli uomini in generale hanno sempre portato al cielo gli uccisori dei tiranni, come quelli che corrono il pericolo di morire per la libertà di tutti, e così animosamente riescono di aiuto ai cittadini, ai congiunti, agli amici. Chi mai, dunque, potrebbe mover rimprovero a chi diventa intrepido pel suo dio e per la religione che gli è cara?»[155]. E Sozomene continua dicendo che egli pure nulla sa di sicuro, ma che non c'è dubbio che l'uccisione è avvenuta per volere divino. E narra di visioni miracolose e di predizioni che attestano chiaramente l'intervento della divinità.

La morte di Giuliano, come è descritta da Ammiano, che si trovava nell'esercito, e probabilmente ne è stato testimonio, fu degna di sì grande eroe[156]. Raccolti intorno a sè gli amici e i famigliari, sgomenti e in lagrime, egli rivolge loro un discorso, certo, ritoccato, da Ammiano, ma che pur riproduce i pensieri [pg!114] ed i sentimenti del morente imperatore. Giuliano è lieto di morire, ed accoglie, senza lamenti, il volere divino. «È venuto, egli dice, per me il momento, o amici, di separarmi dalla vita, che io, come un debitore di buona fede, esulto di restituire alla natura. Convinto di ciò che dicono i filosofi, che l'anima vale assai più del corpo, io penso che dobbiamo, non già dolerci, ma rallegrarci ogniqualvolta il meglio si secerne dal peggio. Penso, insieme, che gli dei ad alcuni uomini piissimi hanno largita la morte, come il sommo dei premi. Ed io considero come un prezioso favore di non aver dovuto soccombere ad ardue difficoltà, nè di essermi mai abbassato o prosternato, conoscendo per prova come i dolori premono gli ignavi, ma son vinti dagli impavidi. Ed io non mi pento di nessuna cosa che abbia fatto, nè mi stringe il ricordo di nessun grave delitto, sia di quei tempi in cui stava relegato nell'ombra e negli angoli, sia di quelli in cui presi in mano l'impero. Gli dei paternamente me lo largirono, ed io, credo, lo conservai immacolato, reggendo con temperanza le cose civili, e facendo guerra, solo a ragion veduta, sebbene non sempre la prosperità si accompagni alla convenienza dei consigli, perchè le potestà divine hanno in loro arbitrio gli eventi delle imprese. Persuaso che lo scopo di un giusto impero sia la felicità e la salute dei sudditi, fui sempre propenso, come sapete, ad una condotta equanime, e, coi miei atti, ho sterminata la licenza, corruttrice dei costumi e delle cose. Lieto ed intrepido, dovunque la repubblica, come madre imperiosa, mi gittava, io stetti fermo, avvezzo a calpestare il turbine del caso. Io venero il sempiterno nume che mi fa morire non già per clandestine insidie, o pel tedio di lunga malattia, o per [pg!115] condanna altrui, ma mi concede questa splendida dipartita dal mondo, nel pieno corso di fiorenti glorie». E qui gli mancano le forze, e finisce augurando la scelta felice di chi gli deve succedere. Poi placidamente distribuisce ai suoi più fidi le cose sue, si addolora di saper morto in battaglia l'amico Anatolio, amorevolmente rimprovera i piangenti che lo circondano, ed, imposto loro il silenzio, si intrattiene con Massimo e con Prisco della natura sublime dell'anima, e tranquillamente spira. Libanio che descrive, lui pure, la morte eroica di Giuliano, esclama: «La scena era simile a quella della prigione di Socrate. I presenti parevano i discepoli che avevano circondato Socrate. La ferita sostituiva il veleno, eguali le parole, eguale l'impassibilità di Socrate e quella di Giuliano»[157].

In questa morte, mirabile per ogni rispetto, che è la rivelazione di uno spirito nobilissimo e puro, una cosa è particolarmente a notarsi, il silenzio assoluto su di ciò che aveva pur formato la preoccupazione maggiore di Giuliano, la questione religiosa. Ed è veramente singolare ch'egli non abbia tentato di opporsi alla probabile eventualità che a succedergli fosse chiamato un imperatore cristiano, e che, pertanto, tutti i suoi sforzi di restaurazione dovessero restare senz'effetto alcuno. Ma probabilmente Giuliano, quando moriva, aveva perduto ogni illusione nell'efficacia del suo tentativo. Finchè egli era vissuto nella semibarbara Gallia, ed aveva tenuto chiuso nel suo petto il segreto della sua fede, Giuliano poteva illudersi sulle tendenze dominanti nel mondo greco. Ma, il giorno in cui, diventato imperatore, potè solennemente inaugurare la restaurazione da lui tanto desiderata, segnò [pg!116] il principio del suo disinganno. Egli era troppo acuto per non accorgersi che il mondo non era con lui. In quell'amara satira che è il Misobarba, c'è il dolore di un sogno svanito. E, forse, l'avventatezza eroica con cui si è gittato nella folle spedizione persiana, e la voluttà con cui ha cercata la morte, sono l'espressione disperata del rammarico senza conforto di vedere del tutto fallito lo scopo essenziale della sua vita e del suo regno.