che respirano e striscian sulla terra
e partecipano alla vita, all'anima razionale ed all'intelligenza. Ma conviene a me più ancora che agli altri, perchè io sono un devoto del Re Sole. E di ciò io posso dare le prove più evidenti. Mi sia lecito, dunque, ricordare che, fin da fanciullo, io sentii un amore vivissimo pei raggi del dio, ed alla luce eterea mi rivolgeva con tutta l'anima, così che non solo avrei desiderato di guardar sempre il Sole, ma se, talvolta, di notte, io usciva sotto un cielo puro e senza nubi, dimenticando ogni altra [pg!194] cosa, mi abbandonava alle bellezze celesti, non comprendendo più ciò che mi si diceva e non badando a ciò che faceva io stesso. Si sarebbe detto che io avessi delle cose del cielo conoscenza e pratica e che taluno avesse, a me giovanetto, insegnata l'astrologia. Eppure, per gli dei, nessun libro che ne trattasse era giunto alle mie mani, e non sapeva nemmeno che esistesse quella scienza. Ma, perchè io mi indugio a dir tutto questo, mentre avrei cose ben più gravi a narrare, se volessi rivelare quali erano allora le mie credenze intorno agli dei? L'obblio copra quelle tenebre!»[207].
Con questo inno entusiasta che manifesta un sentimento assai vivo della natura, e rivela la disposizione impressionabile del fanciullo, e con quel grido d'orrore al ricordo dell'educazione cristiana in cui era stato allevato, comincia Giuliano l'esposizione della sua teologia. Ora, se noi cerchiamo di chiarire il pensiero dello scrittore, liberandolo dalla terribile fraseologia di scolastica neoplatonica in cui si avvolge, noi troviamo un sistema trinitario che ha grande analogia col sistema della metafisica ebraico-alessandrina.
Per Giuliano esistono tre mondi: il mondo degli intelligibili, delle idee pure, dove regna il principio supremo del sommo bene, il mondo degli esseri o divinità intellettive, interposte fra le idee pure e la materia, come lo sono gli angeli nel cielo cristiano o l'uomo celeste nel sistema paoliniano. In questo mondo intellettivo, il Principio supremo regna per un'emanazione di sè stesso che è tutta spirituale, e che ha la più stretta analogia col logos di Filone e [pg!195] d'Origene. Finalmente il mondo visibile e concreto, in cui quell'emanazione assume una forma visibile anch'essa che, per Giuliano, è il Sole, nel Cristianesimo ortodosso il logos umanizzato.
Ora, se noi confrontiamo queste idee di Giuliano col prologo del quarto Vangelo, che è poi la base della metafisica cristiana, senza di cui il Cristianesimo, o non sarebbe stato, o sarebbe stato tutt'altra cosa, constatiamo meravigliati che, in fondo, l'acerrimo nemico del Cristianesimo si moveva nel medesimo circolo di idee in cui si trovavano coloro ch'egli combatteva. È sempre quel medesimo concetto fondamentale di un Dio supremo il quale emana da sè un principio razionale, per cui il mondo è creato, e che vi diventa attivo assumendovi una forma determinata e visibile. Quando Giuliano, dopo aver parlato delle due forme invisibili di Dio, dice — Questo disco solare che appare come terza forma di Dio è causa efficace di salvezza agli esseri sensibili —[208] non abbiamo che a sostituire alla parola disco la parola logos per aver una frase prettamente cristiana. E si noti che la ragione per la quale Giuliano vede nel Sole la rivelazione del Dio è ch'egli considera la luce come il principio vitale e divino per eccellenza. «La luce — domanda Giuliano — non è forse la forma incorporea e divina di ciò che è potente senz'essere materiale?»[209]. Ebbene, l'analogia fra la luce ed il principio di vita e di salvezza, fra la luce [pg!196] ed il logos, la troviamo continuamente nei libri cristiani, ed è uno dei motivi su cui il quarto Vangelista ricama con maggior insistenza le sue variazioni. «In lui (nel logos) era la vita, e la vita era la luce degli uomini.... — La vera luce, che illumina ogni uomo era venuta nel mondo. Era nel mondo, e il mondo era stato generato da essa, e il mondo non la conobbe»[210].
Il fatto è che tutte queste idee, le quali si attaccavano direttamente alla filosofia platonica, hanno costituita la miscela da cui è uscita la metafisica cristiana da una parte, il neoplatonismo dall'altra. Ma gli ingredienti sostanziali son sempre quelli. Alessandria fu il focolare nel quale, per opera di Filone e della sua scuola, lo spiritualismo platonico ebbe la sua saldatura col monoteismo ebraico. Il metafisico che scrisse il quarto Vangelo, affermando solennemente il monoteismo, salvò il Cristianesimo dalle eresie gnostiche che pullulavano dal lievito platonico. Ma, nella stessa Alessandria, lo spiritualismo platonico, non più saldato al monoteismo, diede origine al simbolismo mistico di Ammonio Sacca, di Plotino e di Porfirio, il quale non si diversifica dal pensiero cristiano che per la mancanza di una determinazione dogmatica nelle sue linee fondamentali, e per la conservazione della pluralità degli dei.
Ma, se vi ha una quasi identità di pensiero fondamentale fra il Cristianesimo ed il Neoplatonismo, v'ha, per un altro rispetto, una differenza, la quale fu la causa vera della prevalenza del primo sul secondo, ed è che il Neoplatonismo non è che una filosofia, [pg!197] il Cristianesimo è, sopratutto, una morale. Ci basti prendere questo discorso di Giuliano, che vorrebbe essere una specie di Vangelo neoplatonico, e porlo accanto al Vangelo di Giovanni. Nel primo, lo scrittore, dopo aver fatta la sua esposizione metafisica, si perde in una così confusa e non saprei dire se più pedantesca o più fanciullesca dissertazione sulle qualità del dio Sole e sui suoi rapporti con le altre divinità dell'Olimpo ellenico, da non riuscire, malgrado i suoi sforzi, se non a comporre un arruffio di idee e di parole che, certo, avrà lasciati storditi e poco convinti i lettori ch'egli voleva convertire alla sua religione solare. Il Vangelista, invece, nel suo prologo, pone alcune tesi solenni che suonano come squilli di tromba in un silenzio misterioso. Ma, chiuso il prologo ed affermata l'identità del Cristo Gesù col logos, la metafisica scompare. La relazione del Cristo con Dio è quella umana del figlio col padre, e tutta l'azione di Gesù non è che un esempio d'amore, come tutte le sue parole non sono che un inno, che un'esortazione all'amore. Certo, Gesù, nel quarto Vangelo, non parla come Gesù nei Sinottici. Risuona, nella sua voce, come un accento che non è terrestre. Il logos non è più nominato, eppure si sente che non è un uomo che parla. Ma, con tutto ciò, l'efficacia morale di quei discorsi, di quel continuo e soave appello ai sentimenti umani, è potente. Qui l'uomo, stanco di una mitologia esaurita, poteva ritrovare l'impulso a credere, ritrovare una fresca scaturigine di fede. Ma il simbolismo di Giuliano, se anche poteva sorridere a qualche fantastico sognatore, lasciava l'umanità indifferente ed incredula. Il carattere dominante di questa filosofia di Giuliano è l'oscurità che proviene, non già dalla profondità del pensiero, ma dalla congestione [pg!198] di idee non digerite, e dallo sforzo di voler dar forme determinate a concetti vaghi ed oscillanti.
Se havvi, in questa confusa filosofia, una teoria fondamentale è ancor quella platonica della preesistenza delle idee, di cui il mondo visibile, il mondo dei sensi, è la riproduzione avvenuta per mezzo di un dio creatore, che, per Giuliano, è emanato e staccato dal dio supremo, e si rivela agli uomini sotto l'aspetto del Sole. Le forme ideali devono preesistere alle forme reali. Infatti «quando la sostanza, che si rivela generatrice nella natura, si appresta a generare nella bellezza ed a deporre un figlio[211], è necessario sia stata preceduta dalla sostanza eternamente generatrice nella bellezza ideale, la quale non produce ad intermittenza, perchè ciò che è bello, lo è, nel mondo ideale, da tutta l'eternità. Diciamo, dunque, ancora, che la causa generatrice nei fenomeni deve essere preceduta e guidata da un'idea innata nella bellezza eterna, che il Dio tiene e dispone intorno a sè, a cui distribuisce l'intelligenza perfetta, così, che, come con la luce dà agli occhi la vista, così, col modello ideale, che egli presenta e che è molto più luminoso del raggio etereo, dà a tutti gli esseri intelligenti la facoltà di conoscere e di esser conosciuti»[212].
Questa teoria platonica della preesistenza delle idee, che è la conseguenza della distinzione delle due categorie dello spirito e della materia, si trova alla base della metafisica cristiana e dello spiritualismo ortodosso, e divenne più tardi il realismo della scolastica. [pg!199] Questa teoria ebbe un'ultima affermazione nella filosofia rosminiana. Trovare un nesso fra Giuliano e il Rosmini pare un colmo di stranezza, una specie di sacrilegio. Eppure, chi ben guardi, in fondo in fondo, il nesso intellettuale esiste, come esisteva fra Giuliano e quei teologi dei Concilî ch'egli aborriva e che poi lo hanno così ferocemente anatemizzato. È che gli uomini non si uniscono e non si dividono in ragione della somiglianza e del disaccordo delle loro idee. Si uniscono o si dividono, a seconda che il loro abito morale e le loro aspirazioni armonizzano o discordano. Il Cristianesimo e l'Ellenismo, per le idee e per le teorie che rappresentavano, si equivalevano. Nè poteva essere diversamente, dal momento che attingevano al medesimo serbatoio di idee, rispondevano ad un medesimo momento dell'intelligenza umana. Ma queste idee non erano che vesti le quali coprivano delle tendenze morali completamente diverse, alle quali si adattavano in modo da parere errore umano da una parte, rivelazione divina dall'altra. Eppure era sempre la medesima veste diversamente piegata, o, con altra imagine, la medesima vivanda diversamente condita! Il Cristianesimo, il quale poneva nel mondo uno scopo di finalità morale che, nel mondo stesso, non è raggiunto, perchè il mondo è pessimo, spostava l'interesse umano dalla terra al cielo, dal presente al trascendente, dalla vita all'oltretomba. L'Ellenismo che non comprendeva quello scopo di finalità morale, e pel quale, pertanto, il mondo è ottimo, voleva conservato al presente l'interesse dell'uomo, e conservato quell'immenso tesoro di tradizioni, di poesia e di gloria che si era accumulato nell'antichità e che il Cristianesimo vero aborriva e malediva. Lo spiritualismo platonico, che [pg!200] era il prodotto dell'ambiente intellettuale dell'epoca, serviva tanto all'uno che all'altro indirizzo.
Se non che il Cristianesimo, nel quarto secolo, si era ormai tanto diffuso ed era così profondamente entrato nelle abitudini sociali che anche i suoi nemici dovevano seguirlo ed assumerne talvolta il linguaggio. Da qui, in Giuliano, una specie di ardore nella preghiera, come una fiamma mistica, che gli antichi non conoscevano. Il discorso sul Re Sole finisce con un inno. Giuliano si atteggia a devoto. Se si sente, nelle sue parole, qualche cosa di artifizioso, di scolastico, se non c'è l'estasi di Plotino che si sprofonda e si annega in Dio, se non c'è lo slancio di S. Agostino, vibrante dell'emozione di un'anima rapita in una divina contemplazione, c'è pur sempre un sentimento religioso più profondo di quello che animava i cultori del Politeismo. «Mi concedano gli dei di celebrare più volte le feste sacre, e me lo conceda il dio Sole, re dell'universo, lui, che, procede, da tutta eternità, dalla sostanza generatrice del bene, e sta in mezzo agli dei intellettivi li riempie di armonia, di bellezza infinita, di sostanza fecondante, di intelligenza perfetta, e continuamente e senza fine d'ogni bene; lui che, dall'eternità, brilla nella sede destinatagli nel mezzo del cielo; lui che dà ad ogni essere visibile la bellezza dell'idea; lui che riempie tutto il cielo di tanti numi quanti ne comprende nella sua intelligenza; lui che, in virtù della sua continuità generativa e della potenza benefica emanante dal suo corpo circolare, armonizza la compagine di questa sede sublunare, prendendo cura di tutta la schiatta umana e, in special modo, di questo nostro Impero; lui che, dall'eternità, ha creata la nostra anima, facendola sua seguace. Mi [pg!201] conceda, dunque, tutto ciò di cui l'ho pregato, e mantenga, con benevolenza, la perpetuità dell'Impero. Conceda a noi di ben riuscire nelle cose divine ed umane, fin quando ci permetterà di vivere, e faccia durare la nostra esistenza fin quando a lui piaccia, e riesca utile a noi e giovevole alla prosperità delle cose romane... Ancora una volta, io supplico il Sole, re del Tutto, per la devozione mia, di essermi benevolo, di darmi una vita felice, un pensiero sicuro, un'intelligenza divina, e, infine, al momento destinato, una liberazione tranquillissima dalla vita, e mi conceda di ascendere e di restare presso di lui, possibilmente in eterno, e, se ciò fosse superiore ai miei meriti, almeno per molti periodi di anni numerosi»[213].