Ora noi dobbiamo studiare quale fosse precisamente la dottrina di Giuliano, quali le sue norme direttive nell'impresa a cui si è accinto di restaurare il Paganesimo, quale lo scopo essenziale a cui egli mirava. Per questo studio, noi dobbiamo usare le opere stesse di Giuliano. È Giuliano che, con la sua voce, deve illuminarci sulle sue intenzioni e narrarci la storia del suo infelice e così interessante tentativo. Primieramente noi cercheremo di formarci un concetto delle idee filosofiche che costituivano il fondo del pensiero di Giuliano. Noi sappiamo ch'egli era un allievo di Giamblico e di Massimo, cioè di quei maestri neoplatonici che già avevano trasformato il sistema panteistico di Plotino in un superstizioso misticismo che si aggrappava all'antico Politeismo e tentava di ravvivarne i miti, alterandone l'intima natura. Noi vedremo quale sia stato il risultato di tale insegnamento sullo spirito di Giuliano. In secondo luogo, dovremo osservare la posizione di Giuliano in faccia al Cristianesimo, il modo con cui lo comprendeva e lo combatteva da un punto di vista dottrinale; e finalmente i suoi atti e la sua condotta come restauratore del Politeismo a religione di Stato. Lo studio che già abbiamo fatto della vita di Giuliano, delle condizioni della Chiesa ai suoi tempi, e della filosofia neoplatonica nelle sue tendenze e nei suoi principî essenziali, ci renderà agevole la ricostruzione della figura intellettuale del giovane imperatore.
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Sarebbe un tentativo senza costrutto quello di fare un'esposizione precisa e sistematica della filosofia di [pg!188] Giuliano, perchè Giuliano non ha avuto un sistema ben chiaro e definito di idee, bensì, una congerie assai confusa, determinata dalla cornice di misticismo neoplatonico, in cui era contenuta. Il giovane imperatore, morto a trentadue anni, non ha avuto il tempo di dar forma precisa al suo pensiero, tanto più che, durante l'adolescenza e la prima giovinezza, la sua vita era stata sospesa ad un filo, ed egli si sapeva sempre sul punto di esser trucidato dal crudele e sospettoso cugino. Durante gli ultimi otto anni, improvvisato generale ed amministratore, era stato continuamente assorto nelle più gravi preoccupazioni, governare la Gallia, respingere le incessanti invasioni germaniche, poi tentar l'avventura dell'usurpazione del trono imperiale, e finalmente accingersi a quella guerra contro la Persia, nella quale doveva trovar la morte. È già cosa meravigliosa come, in una esistenza così breve e così agitata, egli abbia potuto pensare a scrivere tanto. Ma il suo pensiero ed i suoi scritti dovevano sentire gli effetti della vita tumultuaria ch'egli conduceva, e mancare, pertanto, di ordinata disposizione e di meditata correttezza. Egli stesso racconta di aver, più volte, composte le sue dissertazioni filosofiche di notte, onde approfittare del breve riposo dalle sue ingombranti occupazioni, frettolosamente, senza soccorso di libri, più per lo sfogo di un'anima traboccante di idee e di impressioni che per uno scopo letterario o didattico.
Ma una ragione più essenziale dell'aspetto congestionato e confuso che hanno le idee di Giuliano sta nella dottrina stessa a cui le attingeva. La filosofia regnante nel mondo ellenico dei suoi tempi era il Neoplatonismo, e noi vedemmo nel Neoplatonismo una dottrina la quale sull'orme di Platone, ma con [pg!189] fantasia sbrigliata e tumultuosa, cercava nell'aria rarefatta dell'ideale, o, diremo meglio, del soprannaturale, la spiegazione della natura e della realtà. Ora, il Neoplatonismo, appunto perchè affermava l'esistenza del soprannaturale e vi collocava la causa prima della natura, era una dottrina essenzialmente deista. L'ateismo di Epicuro e di Lucrezio che, nel concetto meccanico del mondo, escludeva l'azione del soprannaturale, non era riuscito a farsi strada. Il Neoplatonismo si trovava al polo opposto. Il problema, per la speculazione filosofica, non era già quello di spiegare l'esistenza dell'universo senza l'intervento di una causa prima, soprannaturale e creatrice, ma quello, bensì, di determinare i rapporti fra questa causa, che si affermava a priori, e l'universo esistente. Ora, non potendo il Neoplatonismo conservare il Politeismo schiettamente naturalistico degli antichi, perchè non rispondeva alle esigenze metafisiche e razionali del momento, e non potendo, d'altra parte, accettare il Cristianesimo, che, con la novità delle sue affermazioni, feriva tutte le tradizioni della coltura ellenica e, col suo monoteismo, inceppava le tendenze panteistiche della filosofia, esso compose un Politeismo simbolico e mistico, pretendendo trovarvi la rappresentazione dei processi creativi, e lasciando, insieme, ad ogni credente la più sfrenata libertà d'interpretazione. A quali eccessi di fantasia e di superstizione quella libertà potesse condurre, noi lo vedremo in Giuliano stesso. Ma qui vogliamo fare una considerazione, che troverà le sue prove nell'analisi del pensiero del nostro eroe. Parrebbe che, fra le follie e gli eccessi della metafisica neoplatonica da un lato e la corretta produzione della dogmatica ortodossa dall'altro, dovesse esistere un'inconciliabile opposizione. Eppure, in fondo in fondo, a ben guardare, [pg!190] l'opposizione è tutta nella fioritura esterna. Il tronco che sostiene e l'una e l'altra è il medesimo. Nell'una e nell'altra noi troviamo lo spiritualismo platonico, con le idee preesistenti al mondo, con gli intelligibili, come le chiama Giuliano. Nell'una e nell'altra, il Dio supremo, soprannaturale per eccellenza ed inconoscibile, crea il mondo, ciò che vuol dire dà un'esistenza materiale alle idee pure, mercè un mediatore divino, che si rivela agli uomini, il logos Cristo, nella metafisica cristiana, il dio Sole nella teologia di Giamblico e di Giuliano. Ecco, la fonte comune da cui si spiccarono le due correnti, discendendo per versanti diversi. La corrente cristiana s'inalveò ben presto nel letto del monoteismo ortodosso. Atanasio, Ambrogio, Agostino innalzarono, lungo il suo corso, argini tanto alti e sicuri, da renderle impossibile il traboccar fuori. La corrente neoplatonica, non trovando nessun letto predisposto ed arginato, si sparse in infiniti rigagnoli e finì per perdersi e sparire nelle sabbie del deserto metafisico.
Il Neoplatonismo, abbarbicandosi al Politeismo, avrebbe, dunque, voluto organizzarlo in un sistema simbolico che rappresentasse la creazione, cioè, la discesa del sovrannaturale nella natura. Ma la molteplicità dei miti era d'impaccio insuperabile alla razionalizzazione del Politeismo. Il Politeismo, nato dalla tendenza dei primi uomini a personificare, in determinate divinità, i fenomeni naturali, potè conservare la sua vita, anche in epoche che avevano completamente perduta la coscienza del suo significato primitivo, trasformandosi in religioni nazionali e locali. Ma, allorquando il sentimento ed il culto della patria si perdettero nella grandezza dell'impero romano, il Politeismo non ebbe più nessuna ragion d'essere e doveva perire. Gli [pg!191] sforzi dei neoplatonici, di Giamblico, di Massimo, di Giuliano, per ravvivarlo ed infondergli uno spirito filosofico, eran condannati ad essere infecondi e ad esaurirsi in artifizi pedanteschi e puerili.
Tuttavia il tentativo di Giuliano è uno degli episodi più interessanti della storia antica, primieramente perchè è sempre interessante lo studio dei moventi di un uomo di grande animo e di acuto ingegno, e tale era, certamente, il giovane imperatore, e poi perchè quel tentativo è la dimostrazione più chiara della inevitabilità della vittoria finale del Cristianesimo. Infatti, il movimento di Giuliano non fu un movimento di reazione, come sarebbe stato quello di ricondurre il Politeismo al significato di religione naturalistica, o di ripristinare il culto patriottico di Atene e di Roma. Giuliano non era un reazionario; non gli è applicabile la qualifica di romantico, che gli danno taluni, trovando una certa analogia fra lui e quegli scrittori della prima metà del nostro secolo che adoravano il Medio-Evo in piena modernità. Non è perdonabile allo Strauss, se non come un artifizio letterario, d'aver, in un libello famoso, adoperato il suo nome, per scagliare una frecciata a quel re Federico Guglielmo di Prussia che sognava di poter andar a ritroso del pensiero del suo tempo. Giuliano era un progressista; ma egli non voleva sacrificare al progresso la coltura antica, di cui era fervente ammiratore, e le tradizioni di civiltà che costituivano pel genere umano un tesoro inestimabile. Egli, pertanto, teneva in piedi il Politeismo su cui posava quella coltura e quella civiltà, ma, tenendolo in piedi, lo cristianizzava non solo sotto l'aspetto della metafisica, ma anche, come or vedremo, sotto quello della morale e della disciplina. Il tentativo di cristianizzare [pg!192] il Politeismo, pur di conservarlo in vita, non poteva esser apprezzato se non da coloro i quali dividevano l'amore di Giuliano per quel complesso di tradizioni, di gloria e di poesia che, con un nome riassuntivo, egli chiamava l'Ellenismo. Ma tale amore non era che di pochi. Nel quarto secolo, la barbarie, anche senza i barbari, era incipiente. Sulle masse, nelle quali era esaurito il sentimento della patria, l'Ellenismo non aveva presa alcuna, e, d'altra parte, gli uomini veramente religiosi, gli uomini che, per la pace dell'anima, sentivano davvero il bisogno di un Dio, come un Ambrogio, un Agostino, pur facendo proprie le idee fondamentali della filosofia neoplatonica, non potevano che ripudiarne i miti confusi e stolti, ed inorridivano davanti al ravvivamento di riti e di sacrifizî diventati ormai assurdi ed odiosi.
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Fissati questi punti fondamentali, guardiamo un po' più da vicino il pensiero di Giuliano. Il suo sistema teologico è contenuto nelle due dissertazioni, intorno al Re Sole la prima, alla Madre degli Dei la seconda. Nella confusa esposizione della dottrina, non è facile determinare la rispettiva competenza di questi due personaggi, i quali, nella loro azione, s'intralciano l'un l'altro. Ma, a tale determinazione, non pensava, certo, nemmeno Giuliano, il quale, come egli stesso ci narra, ha scritto quei trattatelli, di notte, fra mille preoccupazioni di imperatore e di generale, con una ispirazione affrettata, venuta da qualche impressione fuggitiva. Il discorso sul Re Sole è dedicato a Sallustio, e fu scritto in tre notti, col solo aiuto della memoria. — Se l'amico Sallustio, egli dice, vuol avere qualche [pg!193] cosa di più profondo dovrà rivolgersi ai libri del divino Giamblico, nei quali troverà il termine dell'umana sapienza. Giuliano quel poco che sa, lo ha preso da lui. Nessuno, per quanto si sforzi di dire cose nuove, non riuscirà mai a dir cose che Giamblico non abbia dette. Sarebbe, dunque, inutile scrivere dopo di lui, quando lo si facesse con un intento scientifico; ma Giuliano ha voluto comporre un inno in onore del Dio, e ha cercato di parlare della sua natura, secondo le proprie forze e meglio che poteva —[206]. Seguiamolo nella sua affannosa esposizione.
La divinità suprema, il Dio intorno al quale l'universo si organizza è il Sole, il Re Sole, come egli lo chiama. In tale adorazione pel Sole, si sente, più ancora che un precetto dottrinario, un'ispirazione genuina e poetica, come appare dall'eloquente esordio della dissertazione.
«Io affermo che questo discorso sarebbe conveniente a tutte le creature