Che un uomo, come Sallustio, abbia potuto affigliarsi al cenacolo neoplatonico e seguirne le dottrine, ci prova come, sotto alla fioritura di fantastiche superstizioni, le quali poi erano, in fondo, l'espressione del bisogno religioso dell'epoca, esistesse un nucleo di pensiero e di sentimento sano e verace. L'Ellenismo morente non dava solo bagliore di luce torbida come quella che emanava dalla fantasia esaltata di un Giamblico e di un Massimo, ma aveva ancora una forza moralizzatrice, la quale gli conservava il favore e la devozione di molti fra gli uomini migliori e più colti. Non è vero che il meglio della società, nel secolo quarto, fosse compreso nel Cristianesimo. Il Cristianesimo vittorioso ed imperiale aveva ormai attirato a sè il peggio. Ed alcuni fra gli uomini moralmente forti combattevano ancora per la conservazione della debellata, antica civiltà.

Insieme a questi maestri ed a questi uomini illustri, Giuliano avrà avuto, a Nicomedia, a Pergamo, ad Atene, presso di sè, compagni più modesti, il cui nome si è perduto, e che gli avranno fatto una specie di corte, attratti dalla dignità principesca ed anche dalla forza e dal calore del suo ingegno e del suo spirito. Alcuni dei biglietti e delle lettere di Giuliano paiono, infatti, scritti a compagni di studio. Tali erano indubbiamente Eumene e Fariano, ai quali Giuliano, dalla Gallia, manda questa lettera così affettuosa e [pg!182] sensata, in cui si sente il ricordo degli insegnamenti di Edesio e di Eusebio più che di quelli di Massimo e di Prisco. Questi ultimi diventarono dominatori esclusivi del suo pensiero più tardi, quando si trattò di contrapporre religione a religione, miracolo a miracolo.

«A Eumene e Fariano». — «Se alcuno vi disse esservi per l'uomo cosa più dolce e più utile del filosofare tranquillamente e senza sopraccapi, colui, ingannato, vi inganna. Se in voi rimane viva l'antica inclinazione, e non si è spenta, d'un colpo, come una fiamma già fulgida, io mi felicito con voi. Son già passati quattro anni e tre mesi dal giorno in cui ci separammo. Quanto avrei caro di constatare i vostri progressi in questo tempo! Quanto a me, se ancora parlo greco, c'è da stupire, tanto siamo imbarbariti da questi luoghi! Vi raccomando di non disprezzare gli esercizi di logica; non trascurate la retorica e la lettura dei poeti. Però sia maggiore il vostro interesse per la scienza, e ponete ogni sforzo nello studio di Aristotele e di Platone. Qui deve farsi tutto il vostro lavoro; qui la base, la fondazione, le pareti, il tetto. Tutto il resto è un accessorio. Ma anche a questo voi dovete attendere con maggior cura di quella che pongano gli altri nell'opera principale. Io, per la divina Giustizia, vi consiglio tutto ciò, perchè vi amo come fratelli. Foste un tempo miei compagni e assai diletti. Se mi darete retta, io vi amerò ancor di più, mentre sarebbe, per me, un dolore, se vedessi che non mi obbedite. E dove va a finire un dolore continuato, vi chiedo di non dirlo, perchè sento di poter farvi un miglior augurio»[205].

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Nel chiudere questo studio che ci ha mostrato l'ambiente intellettuale in cui si è svolto lo spirito di Giuliano, possiamo affermare, come conclusione, che il Neoplatonismo e il Cristianesimo son apparsi allorquando il sentimento di patria e di libertà politica, che aveva fatta la forza della società antica, si andava spegnendo, e la religione nazionale non aveva più efficacia, e cadevano le idee che erano state i puntelli della vita sociale, e diventava vivo il presentimento di un'imminente catastrofe e viva, insieme, l'aspirazione ad un rinascimento morale che ridonasse il valore, l'interesse, il significato alla vita. A soddisfare tale aspirazione, nacquero il Neoplatonismo ed il Cristianesimo, che cercarono, e l'uno e l'altro, di ridestare il sentimento del divino, riaccendendolo all'idea di una rivelazione e di una conseguente unione dell'anima umana con Dio. Ma il Neoplatonismo, che non voleva staccarsi dalle tradizioni del pensiero ellenico, cercava la rivelazione nell'ordinamento naturale del mondo, e da qui saliva al concetto del soprannaturale a cui si abbandonava in un'estasi di mistico rapimento. Il Cristianesimo trovava la rivelazione nella persona storica di Gesù, che rappresentava il logos, il Verbo incarnato, ed aveva unito l'uomo a Dio con un vincolo d'amore. Il Neoplatonismo voleva guarire i mali del suo tempo con una speculazione che comprendesse in sè tutti i tesori della filosofia greca, ne fosse quasi il compendio ed il vertice. Il Cristianesimo poneva un nuovo Dio, diffondeva la novella di una celeste redenzione, proclamava l'eguaglianza degli uomini nell'amore paterno di Dio. Il Neoplatonismo [pg!184] e il Cristianesimo erano, e l'uno e l'altro, gli indizii che sorgeva un nuovo ideale a cui le forme antiche sembravano insufficienti. Il Neoplatonismo ha tentato di adattarle, quelle forme antiche, al nuovo ideale. Il Cristianesimo le ha spezzate ed ha inaugurato un nuovo mondo ed una nuova umanità. Dalla eguaglianza del punto d'origine e degli scopi venne che il Neoplatonismo potè introdursi nel Cristianesimo e diventare il fattore principale della sua metafisica. Nella diversità delle vie, per le quali l'uno e l'altro volevano raggiungere quegli scopi, sta il profondo contrasto che ha fatto dei Neoplatonici gli ultimi e più ardenti difensori dell'Ellenismo contro l'azione dissolvente che il Cristianesimo esercitava.

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[L'ATTEGGIAMENTO DI GIULIANO]

Quando Giuliano prese in mano le redini dell'impero, egli trovava il Paganesimo perseguitato ed oppresso, ed il Cristianesimo profondamente diviso in due partiti che si combattevano l'un l'altro, con crescente ferocia. Noi vedemmo come il tentativo di Costantino di fare della Chiesa unificata e concorde uno strumento d'impero avesse trovato, nella inconciliabilità dei partiti teologici, un ostacolo che la sua mano potente non era riuscita a togliere. I figli di Costantino, con le loro divisioni, diedero esca al fuoco della discordia, perchè, mentre Costante, l'imperatore d'Occidente, parteggiava per l'ortodossia nicena, Costanzo, l'imperatore d'Oriente, stava con gli Ariani. Diventato Costanzo solo imperatore, l'Arianesimo, sia pure in una forma mitigata, trionfava su tutta la linea. Costanzo esigliava dalle loro sedi i vescovi che rimanevano fedeli alla formola nicena ed univa in un'eguale persecuzione il paganesimo e l'ortodossia. Ma, in questa, militavano spiriti troppo alti ed impavidi, perchè si potesse ritenere duratura e senz'appello la loro condanna. Non era una pace quella che Costanzo aveva imposta alla Chiesa; era una tregua [pg!186] forzata, uno spegnimento momentaneo, in cui rimanevano accesi i tizzoni, propagatori di rinnovato incendio.

In mezzo allo spettacolo di discordie e di lotte intestine che offriva il Cristianesimo, e nella corruzione già dominante nella società cristiana, specialmente nella corte imperiale, Giuliano che, col fratello, era, per la tenera età, scampato dall'eccidio di tutta la famiglia costantiniana, perpetrato dal cugino Costanzo, veniva, come narrammo, educato, a Costantinopoli, da Mardonio che segretamente infondeva nell'animo del fanciullo l'ammirazione per l'antica coltura ellenica, ed, insieme, l'abitudine di considerare gli antichi come i veri maestri della virtù, di vedere nei loro esempi i modelli insuperabili del bello e del buono. Mandato nella solitudine di Macello, circondato da sacerdoti, in cui vedeva i suoi carcerieri ed i cortigiani dell'odiato Costanzo, il giovinetto, sotto il velo di una necessaria ipocrisia, si accendeva sempre più pei suoi ideali. Che era il Cristianesimo per lui? La religione dei suoi nemici, una religione che pareva avesse autorizzato e sanzionato un eccidio spaventoso, una religione che sapeva adattarsi ai viziosi e turpi costumi di una Corte scellerata e che, di più, era corrosa da lotte fraterne che turbavano la serenità degli spiriti e la sicurezza della dottrina. Ma, forse, la sua avversione al Cristianesimo sarebbe rimasta allo stato latente, se, dalla paura sospettosa di Costanzo, egli non fosse stato esigliato a Nicomedia. Qui, nel focolare del Neoplatonismo che già aveva compiuta, nella scuola di Giamblico, la sua evoluzione religiosa e superstiziosa, Giuliano trovò quel complesso di dottrine che gli rese possibile di organizzare il suo misocristianesimo in un sistema filosofico e pratico, mentre l'influenza [pg!187] di Libanio e dei retori che lo circondavano lo esaltava sempre più nella sua passione d'ellenismo.