Nei discepoli e successori di Plotino apparve più manifesta la tendenza a promuovere, nel Neoplatonismo, un rinascimento ed una restaurazione delle antiche religioni, in opposizione al Cristianesimo. Il primo, tra quei discepoli, fu Porfirio, il quale raccolse e pubblicò le opere del maestro. Spirito geniale e chiaro, sebbene lontano dalla profondità speculativa di Plotino, egli fu il vero iniziatore del rinnovamento del Politeismo. Per lui le religioni tutte rappresentavano lo sforzo dell'anima umana che vuole uscire dal finito per ricongiungersi a Dio. Siccome tale ricongiungimento deve procedere per tre gradi, prima nello spirito, poi nell'idea e finalmente nell'Essere supremo, così il Politeismo, con la varietà dei suoi simboli dà il modo di rappresentare efficacemente questo graduale procedimento. Pur criticando [pg!168] i miti ed i culti irragionevoli e rozzi, ed affermando che il Dio supremo si onora col silenzio e coi puri pensieri, Porfirio voleva tener ritte tutte le antiche religioni, fermo nel concetto che, essendo la religione una manifestazione simbolica e di una verità necessariamente relativa, ognuno può, anzi, deve onorare la divinità secondo il costume del proprio paese. Porfirio, pertanto, riconosceva i diritti di tutte le religioni nazionali, delle barbariche come delle elleniche, ed anche dell'ebraica, considerata, appunto, come religione di una data nazionalità. Ma egli aborriva l'esclusivismo cristiano che, in nome di una verità assoluta, voleva abbattere tutte le forme di culto che non erano le sue, e rompeva tutte le tradizioni della filosofia e della coltura ellenica. Porfirio compose, anzi, un trattato, che andò perduto, contro il Cristianesimo, per dimostrare la mancanza di solidità della pretesa sua base storica e la scarsa credibilità dei suoi documenti. Egli considerava Gesù come un uomo pio, i cui insegnamenti erano stati completamente incompresi e guasti dai suoi discepoli che ne avevano fatto una divinità.

In questo indirizzo dato al Neoplatonismo che da speculazione pura si trasformava in religione positiva, Porfirio ha mosso i primi passi, ma il razionalismo assai chiaro da cui era guidato, lo fermò a quel punto, oltre il quale la religione diventa superstizione e magìa. Dice di lui, infatti, S. Agostino «Porphyrius quamdam quasi purgationem animæ per theurgiam, cunctanter tamen et pudibunda, quodam modo, disputatione, promittit. Reversionem vero ad deum hanc artem portare cuiquam negat, ut videas eum inter vitium sacrilegæ curiositatis et philosophiæ professionem, sententiis alternantibus, fluctuare». I suoi successori, primo fra i quali, Giamblico, e poi Edesio, Crisanzio, Massimo e finalmente [pg!169] Giuliano, andarono al di là del maestro. Con le formole panteistiche del Neoplatonismo e con le sue aspirazioni mistiche, pretesero di comporre e di opporre al Cristianesimo una religione simbolica, tutta appoggiata alla più irragionevole e ripugnante superstizione. Giuliano ha voluto fare di questo nuovo Politeismo una religione di Stato. Esisteva, come vedremo, fra le intenzioni morali ed intellettuali di Giuliano e la religione da lui praticata una contraddizione singolare ed, insieme, interessante. Questa contraddizione spiega come il tentativo del giovane imperatore fosse disperato, e dovesse metter capo alla vittoria definitiva del Cristianesimo.

Per avere un'idea precisa dei moventi che ispirarono Giuliano in quel tentativo, giova far la conoscenza della piccola consorteria neoplatonica che si adunava in Nicomedia e nelle vicine città. Giuliano, come già sappiamo, ne fece parte, durante gli anni del suo soggiorno in Nicomedia, e vi trovò la consacrazione definitiva delle tendenze che gli aveva inoculate il suo primo educatore, Mardonio. Le notizie che ci offre Eunapio, nelle Vite dei Sofisti, sebbene scarse, e dettate senza l'ombra del giudizio critico, riescono, tuttavia, a far rivivere, davanti a noi, quel piccolo e curioso mondo.

Il personaggio principale, anzi, il fondatore del Neoplatonismo trasformato in religione teurgica, fu Giamblico, scolaro di Anatolio e di Porfirio, vissuto ai tempi di Costantino, e, nella sua vecchiezza, conosciuto anche da Giuliano, se sono autentiche le lettere che ancor si conservano e che quest'ultimo gli avrebbe dirette. Dalla breve biografia che leggiamo in Eunapio[190] parrebbe che Giamblico fosse propriamente [pg!170] considerato come un mago, un esecutore di miracoli, per verità molto sciocchi, e che in ciò consistesse il suo massimo valore. Ma Eunapio è un povero di spirito, ed egli impoverisce anche quelli che pure intende illustrare. Di Giamblico si conservano ancora alcuni scritti e molte testimonianze che permettono di fare di lui un giudizio più conforme al vero, e di meglio apprezzare l'importanza della sua produzione filosofica[191]. Certo, in lui appare cospicuo non tanto il filosofo a cui preme la logica dei ragionamenti dottrinali, quanto il teologo che mira a dare un fondamento speculativo alla religione ed ai suoi riti. Già Porfirio aveva mostrato la tendenza a guardar la filosofia dal suo lato fantastico e religioso, ma Giamblico si è fermato, con maggiore insistenza, a questo punto di vista. Se Porfirio, pel raggiungimento del suo scopo più religioso che filosofico, aveva creduto necessario l'aiuto degli dei, tanto più vi ricorreva Giamblico che riponeva scarsa fiducia nelle forze dell'uomo. Le chiare e semplici categorie del sistema plotinico non bastano a Giamblico. La sua filosofia diventa spaventosamente complicata e confusa per la moltiplicazione delle ipostasi dell'unità divina. Nel suo fantastico pensiero ogni momento razionale si concretizza in una ipostasi distinta. Pareva a Giamblico di non poter meglio rappresentare la divinità che moltiplicandola, suddividendola più che fosse possibile, e ponendo sotto figure distinte tutte le funzioni che esprimono la sua essenza ed i suoi rapporti col finito. Tale sminuzzamento dell'unità ideale, tale successiva degradazione dall'uno al molteplice è ciò che distingue il Neoplatonismo [pg!171] di Giamblico dal Neoplatonismo plotinico. L'importanza storica della dottrina di Giamblico sta nel fatto che il Neoplatonismo il quale, in Plotino, era stato un'affermazione ideale del trascendente e del soprannaturale, diventò una teologia mistica che si mise risolutamente a servizio di una religione positiva.

Nel gruppo degli scolari e successori di Giamblico pare che il più cospicuo fosse Edesio. Costui era stato destinato dal padre al commercio, e mandato in Grecia a far pratica. Ma ne ritornò filosofo, con grande sorpresa e sdegno del padre. Il giovane seppe però ottenere il perdono e la licenza di recarsi presso Giamblico a perfezionarsi nelle dottrine filosofiche. Dispersa la scuola di Giamblico, Edesio, seguendo le indicazioni di un miracoloso presagio, si era ritirato nella solitudine di una vita pastorale[192]. Ma i giovani che anelavano di essere da lui istruiti, andarono a disturbarlo nel suo ritiro, e, non permettendo che tanta sapienza fosse sciupata sulle rupi e in mezzo agli alberi, lo costrinsero a ritornare nel consorzio umano. Edesio acconsentì a malincuore, e, passando in Asia, si stabilì a Pergamo, dove aprì una scuola la cui fama, sempre secondo il credulo ed entusiasta Eunapio, toccò il cielo.

Le figure più salienti di quella scuola erano Massimo, Eusebio, Crisanzio e Prisco. Il primo, al dire di Eunapio che, giovanetto, aveva conosciuto Massimo già in tarda età, destava una profonda impressione in quanti lo vedevano per la bellezza della figura, il lampeggiare degli occhi, l'armonia della voce, la fluidità della parola. Ambizioso ed inquieto, ebbe [pg!172] una vita agitata, chiusa tragicamente. Egli ha esercitato su Giuliano un'azione potente, e, con Mardonio, può dirsi il vero autore dell'indirizzo religioso e filosofico del principe. Massimo era tutto infervorato di ritualismo magico, e fu uno dei più efficaci cooperatori della trasformazione del Neoplatonismo in religione teurgica. Era una specie di santo, provvisto della potenza di far miracoli. Interessante e sommamente istruttivo, per la rappresentazione dell'ambiente, è il contrasto che esisteva fra Massimo ed Eusebio. Quest'ultimo inclinava a razionalizzare il Neoplatonismo, e provava una viva antipatia per le superstizioni magiche e teurgiche in cui la filosofia si sprofondava, perdendo il suo carattere speculativo. Ma egli aveva paura di Massimo. Leggiamo in Eunapio che Eusebio, quando Massimo era presente, evitava di usare l'acutezza della propria logica, tutta ad artifizii ed intrecci dialettici. Ma, quando era assente, rifulgeva come un astro, scomparso il raggio del sole[193]. Il contrasto fra Eusebio e Massimo appare, in tutta la sua luce, nel singolare e sintomatico episodio dei rapporti fra Eusebio e Giuliano. Il giovane principe, assetato di sapienza, era venuto a Pergamo, attrattovi dalla fama di Edesio, e voleva che costui lo istruisse. Ma Edesio era e si sentiva vecchio. — Io vorrei poterti far da maestro, gli diceva, ma il corpo non risponde più ai voleri dell'anima. Io ti consiglio di rivolgerti ai miei scolari. Lì potrai proprio fare una scorpacciata di ogni scienza e dottrina[194]. Io vorrei che fosse qui Massimo, ma è andato ad Efeso, e Prisco partì per la Grecia. [pg!173] Ma ci sono Eusebio e Crisanzio, ascoltando i quali più non ti rincrescerà che io sia vecchio. — Giuliano naturalmente segue il consiglio. Ma si accorge di qualche cosa di oscuro e di inquietante nelle sue relazioni con quei due maestri. Infatti, Crisanzio, che era un ammiratore ed un seguace di Massimo, non pareva completamente d'accordo con la dottrina di Eusebio, sebbene non si compromettesse a contraddirlo. Quest'ultimo, un giorno, dopo aver istruito Giuliano nell'interpretazione degli antichi filosofi, gli dichiara che la verità è tutta lì, e che le magie e le incantagioni le quali illudono i sensi sono opera degli stregoni che ingannano coll'aiuto di potenze materiali. Giuliano, insospettito, e non riuscendo a comprender bene il significato ed il perchè di questo avvertimento con cui Eusebio chiudeva le sue spiegazioni, prende a parte Crisanzio — O caro Crisanzio, gli dice, tu che conosci la verità, dimmi cosa vuol dire questo epilogo delle spiegazioni di Eusebio. — Ma Crisanzio, che era uomo prudente per eccellenza e non voleva farsi dei nemici, si chiude in un profondo riserbo. — Faresti meglio, risponde, a chiederlo ad Eusebio stesso. — Ed Eusebio, interrogato direttamente da Giuliano, per fargli capire cosa egli intendesse per magia, gli fa questo racconto. «Massimo, diventato per la forza del carattere e dell'ingegno, spregiatore delle nostre dimostrazioni, precipitando in una specie di mania, un giorno, di buon mattino, ci riunì nel tempio di Diana, e si circondò di molti testimoni. Quando fummo raccolti, dopo esserci inchinati alla Dea — sedete, ci disse, o carissimi compagni, guardate ciò che va a succedere, e constatate di quanto io sia al di sopra di tutti. — Ci sedemmo, e Massimo bruciava un grano d'incenso, e cantava, fra sè, un certo inno, quand'ecco [pg!174] la statua comincia a sorridere, poi a ridere apertamente. Noi mandammo gridi di stupore a questa vista, ma nessuno si mosse e parlò, perchè subito si accesero le lampade che la dea porta in ambo le mani, e la fiamma apparve più ratta delle nostre parole. Noi ci ritirammo, colpiti, pel momento, di quello spettacolo miracoloso. Ma tu non devi ammirarlo come io non l'ammiro, e comprendere piuttosto che cosa ben più grande è la purificazione per mezzo della ragione»[195]. Quest'ultime parole di Eusebio rivelano uno spirito singolarmente acuto, uno di quei razionalisti imperterriti, rari sempre, rarissimi nell'antichità, quando ancor non esisteva la scienza positiva, i quali, davanti al miracolo, sanno negar fede alla testimonianza dei sensi. Ma Giuliano era tutt'altro uomo, e la sua condotta verso Eusebio vale più di qualsiasi altro indizio a illuminarci sull'indole del suo spirito. Aveva, infatti, Eusebio appena finito di parlare, che Giuliano, — addio, esclama, attendi pure ai tuoi libri, quanto a me tu mi indicasti ciò che cercava, — ed abbracciato Crisanzio, parte per Efeso, in cerca di Massimo, e, trovatolo, pende da questo nuovo maestro, e tenacemente si attacca alla sua dottrina. A Massimo, che, evidentemente, era un uomo che sapeva cogliere le occasioni per farsi strada, non parve vero di aver per allievo un principe costantiniano, perseguitato sì, ma pur sempre sui gradini del trono, e si pose con ardore ad istruirlo, ed a farsene un devoto e, non bastando da solo a soddisfare l'insaziabile curiosità del giovane, chiamava presso di sè l'amico Crisanzio, e, fra loro due, hanno fatto di Giuliano [pg!175] quel mistico entusiasta pel quale religione e filosofia si confondevano nella più credula superstizione. Diventato imperatore, Giuliano chiamò a Costantinopoli Massimo e Crisanzio. Massimo accorse immediatamente, ricevuto con straordinaria dimostrazione di rispetto da Giuliano. Ma Crisanzio, amante com'era del quieto vivere, e più previdente di Massimo, perchè meno ambizioso, non si lasciò smuovere, per quante preghiere gli mandasse Giuliano, il quale aveva cercato di aver dalla sua la moglie del filosofo. Intanto, Massimo, a Costantinopoli, viveva circondato e pressato dagli adoratori dell'astro sorgente, che non gli lasciavano un momento di pace, così che doveva cercar l'aiuto di qualcuno che lo sollevasse, in parte, dalle tante cure. Ed, ostinandosi Crisanzio nel suo rifiuto, venne il filosofo Prisco. E Massimo e Prisco non abbandonarono più l'imperatore, lo seguirono nella campagna di Persia, e noi li trovammo sotto la tenda, al fianco del ferito eroe, che, in sereni ed alti colloqui, si preparava alla morte. Caduto Giuliano, la vita di Massimo si protrasse in una tragica vicenda. Perseguitato, spogliato e torturato da Valente e dai suoi soldati, poi salvato da Clearco che lo rimise nelle grazie dell'imperatore, finalmente cadde in sospetto di aver partecipato ad una congiura e fu decapitato ad Efeso[196]. Massimo ha esercitata un'influenza grandissima e risolutiva sullo spirito inquieto e mistico di Giuliano, il quale lo riconosce nel suo discorso contro il cinico Eraclio, ed attribuisce al «sommo filosofo», che lo ha istruito, tutto il merito della sua iniziazione nella vera filosofia[197]. Questo [pg!176] Massimo, se è interessante per la sua fedeltà entusiastica a Giuliano, è, considerato nel suo insieme, un personaggio antipatico. Ciarlatano, superstizioso, gonfio di sè stesso, anelante al potere ed alla preminenza, con un'aria d'ispirato e di superuomo, egli destava intorno a sè odii e rancori, che, appena scomparso il suo protettore, lo hanno trascinato alla rovina. Eunapio racconta di lui un episodio tragicomico che, certo, non serve ad attenuare quel senso di repulsione che proviamo per questa specie di mago del Neoplatonismo, malgrado le terribili sciagure che lo hanno colpito verso il termine della sua burrascosa carriera. Mentre Massimo era torturato dagli sgherri di Valente, la moglie appassionata e coraggiosa era presente ed angosciata. Massimo le sussurra: — Moglie mia, va a comperarmi un veleno, dammelo e liberami. — Ed essa tosto se ne va, e ritorna col veleno, ma, non volendo sopravvivere al marito, chiede di bere prima di lui; beve, e, sul colpo, muore. Ma Massimo non bevve! — ὁ δε Μάξιμος ἕπιεν ουκέτι. —[198].

Un altro personaggio importante, e poco simpatico, che stette fino all'ultimo al fianco di Giuliano, è Prisco, lui pure della scuola di Edesio. Dottissimo, così da avere in sommo della bocca tutta la dottrina degli antichi, bellissimo della persona, era uomo burbero e duro di modi. Non voleva discendere alle discussioni e serbava la sua sapienza, dentro di sè, come un tesoro, e chiamava scialacquatori coloro che con facilità parlavano di filosofia. Edesio pare fosse un amabile maestro che adoperava, nel suo insegnamento, il metodo socratico, parlava con tutti ed insinuava nei suoi discepoli la cortesia e un sentimento [pg!177] d'umanità[199]. Passeggiando, per le vie di Pergamo, accompagnato da una schiera di scolari, egli appiccava discorso con tutti, con la venditrice di legumi, col tessitore, col fabbro, col falegname. E, da tutti e da tutto, traeva argomento di saggi insegnamenti. Gli scolari godevano di tali conversazioni. Il solo Prisco si ribellava, ed osava chiamare il maestro traditore della dignità filosofica, ed un ciarlone che gonfiava l'anima di ciance, e non cavava un ragno da un buco. Era Prisco, dunque, un fior di pedante, e non può dirsi che il povero Giuliano sia stato fortunato nella scelta dei compagni filosofici che lo seguirono nel suo breve regno. Però la pedanteria non toglieva a Prisco la prudenza e la sagacia nella vita, così che, in ciò ben diverso dell'avventato ed ambizioso Massimo, riuscì a scampare dai pericoli che lo minacciavano dopo la caduta di Giuliano, e si ritirò in Grecia, dove visse fino a novant'anni, sempre chiuso nel suo fare misterioso e cupo, ma ridendo, in cuor suo, della debolezza umana[200].

Sarebbe stata una gran fortuna per Giuliano se egli avesse potuto trarre a sè, invece del ciarlatanesco ed orgoglioso Massimo e del pedante e ripulsivo Prisco, l'amabile Crisanzio, il più equilibrato, il più dolce, il più sensato degli allievi di Edesio. Non è a dire che l'indirizzo filosofico di Crisanzio fosse buono e commendevole. Basterebbe a provare che non lo era la sua devozione per Massimo e pei riti teurgici. Nell'esordio della sua educazione filosofica, Crisanzio si era gittato [pg!178] con passione alla dottrina di Platone e di Aristotele, e vi era diventato così forte da non temere competitori, e da riuscire vittorioso in qualsiasi discussione. Ma poi, per l'influenza di Massimo, egli si sentì attratto dalle dottrine pitagoriche e da quei riti teurgici e divinatori che costituivano la religione neoplatonica, e, in breve, vi divenne tanto abile da potersi dire ch'egli vedeva il futuro meglio del presente, quasi fosse in continua relazione con gli dei[201]. Qui, anzi, nacque un dissenso fra lui e Massimo, perchè questi, nel suo orgoglio, pretendeva che la divinazione del futuro si piegasse alla sua volontà ed ai suoi desideri; Crisanzio, invece, seguiva umilmente gli indizî divini. Ma, con tutto questo, Crisanzio era un uomo di molto acume, e di chiaro buonsenso. Nella sua ostinata resistenza agli inviti del suo antico allievo, quando questi toccò il fastigio della fortuna, egli era guidato non solo dai presagi, che diceva non favorevoli al suo viaggio, ma ben anche da una sicura percezione dell'imprudenza e della leggerezza con cui l'imperatore si era accinto all'impresa di far rivivere l'Ellenismo contro il Cristianesimo. Di ciò Crisanzio ha dato una prova luminosa ed interessante, perchè, venendo da un amico e da un correligionario, è un'implicita condanna della condotta di Giuliano. Costui, per nulla offeso dai ripetuti rifiuti del suo maestro, volle dargli, prima di partire per la Persia, una dimostrazione di affetto e di fiducia, e lo nominava gran sacerdote di Lidia. Crisanzio accettò, ma esercitò il suo sacerdozio in un modo curioso, e, certo, poco consentaneo alle intenzioni di Giuliano. Mentre, [pg!179] in ogni parte dell'impero, si correva con ardore a rialzare i templi, egli non ne fece nulla, e non disturbò menomamente i Cristiani, così che quasi si può dire che, in Lidia, non si conobbe la restaurazione del Politeismo. Venne da ciò che allorquando, caduto Giuliano, le cose tornarono nello stato di prima, nella regione di cui Crisanzio aveva il governo spirituale, non fuvvi turbamento alcuno, anzi regnò una pace profonda, al cui confronto appariva ancor più singolare e meraviglioso il turbine di passioni e di vendette in cui era travolto il resto dell'impero[202]. Si comprende come, con tanta prudenza e con tanto buon senso, Crisanzio, pur rimanendo ellenista fedele, attraversasse tranquillamente un'epoca così agitata da dispute religiose, e campasse fino alla più tarda vecchiaia.

Un uomo che, certo, ebbe un'influenza risolutiva sullo spirito di Giuliano, al momento psicologico della sua ribellione a Costanzo, e che, probabilmente, mise la mano nella preparazione del pronunciamento militare che proclamò Giuliano imperatore, è il medico-filosofo, Oribasio di Pergamo, appartenente, lui pure, al cenacolo neoplatonico. Noi sappiamo che Oribasio fu il solo degli amici di Giuliano che potè accompagnarlo in Gallia. Egli lo volle con sè, come medico, ciò che gli fu concesso, perchè s'ignorava l'amicizia esistente fra i due. Già vedemmo la curiosa lettera nella quale Giuliano narra all'amico un sogno, in cui è chiaro il presagio della sua prossima fortuna, uno di quei lieti sogni che non vengono se non a chi vivamente desidera una cosa. Oribasio, insieme al fedele servo Evemero, erano soli nella confidenza delle misteriose [pg!180] e sacre cerimonie che Giuliano praticava insieme al gran sacerdote, da lui fatto venire a Parigi dalla Grecia. Finalmente Eunapio, che dice di riservarsi di narrare minutamente ciò che in quell'occasione aveva fatto Oribasio, in una storia di Giuliano la quale poi non ci è giunta, ha, nella vita di Oribasio, una frase complessa e pregna di significato, che si presta a varie interpretazioni, ma che pare accenni alla parte eminente avuta da lui nella ribellione di Giuliano, perchè dice che il valore di Oribasio era tanto che a lui riuscì di far Giuliano imperatore[203]. Avvenuta la catastrofe, Oribasio fu mandato in esiglio presso i barbari, ma, essendo prezioso a tutti, per la sua scienza medica, gli riuscì di restar a galla nel naufragio dell'ellenismo, ed anzi fu richiamato e rimesso in onore e nei possessi di cui era stato spogliato.

In questo gruppo di filosofi e di amici che erano stati o maestri o compagni di Giuliano e che poi gli si misero al fianco, durante la sua fortunosa carriera, l'uomo più equilibrato e sicuro era Sallustio, il fidato consigliere che già incontrammo, narrando la vita di Giuliano, e che meglio conosceremo, leggendo la lunga lettera che Giuliano gli scrisse al momento della loro separazione. Scrittore e filosofo tanto abile e profondo da saper comporre un chiaro e popolare riassunto delle dottrine neoplatoniche, «per l'uso di coloro che possono ancora esser guidati dalla filosofia e che non hanno l'anima insanabilmente corrotta»[204] era insieme un uomo di altissimo valore morale, di grande competenza nelle cose militari ed amministrative, un uomo, infine, [pg!181] degno della fiducia che Giuliano riponeva in lui. Sallustio si rispecchia in questa nobile sentenza: «Gli uomini buoni ritornano agli dei, ma, se anche ciò non fosse, la virtù per sè stessa, ed il piacere e la gloria che vengono dalla virtù, ed una vita senza tristezze e senza padroni, bastano alla felicità del virtuoso».