Il sistema di Plotino è diretto a rialzare l'anima umana dalla degradazione in cui è caduta per essersi alienata dal principio da cui trae l'origine. L'ispirazione della sua filosofia sta in questo desiderio di una perfetta unione con la divinità, nello sforzo incessante di uscire dalle condizioni del finito e del limitato. Plotino vuol insegnare la via per cui l'uomo può ricongiungersi a Dio, vuol descrivere il processo pel quale l'universo, derivato dalla suprema unità, vi ritorna e vi si riconfonde.
Plotino pone l'unità assoluta della causa prima. Di questa causa prima, che è l'Essere per eccellenza, noi sappiamo solo che è infinita, che è all'infuori di ogni possibile determinazione, così che noi possiamo dire di essa ciò che non è, non già ciò che è. Come [pg!163] causa attiva, essa genera, pur rimanendo sempre eguale a sè stessa mentre la corrente del divenire sgorga da lei. Il molteplice deriva dall'uno per un processo dinamico di trasmissione di forza. L'Essere primo è la matrice da cui tutto viene, è lo scopo a cui tutto tende. Ma, se l'Essere è presente in tutto l'universo, l'universo costituisce una serie lineare di manifestazioni, lungo la quale la sua azione si attenua, mano mano che è maggiore la lontananza dall'origine, e finisce per spegnersi nel non-essere.
In tale serie, il primo posto è preso dal pensiero, dalla ragione, che è poi il logos filoniano e cristiano. Nell'atto che il pensiero generato, nell'uscire dall'unità dell'Essere, si volge ad esso e lo riflette, si formano un contemplante ed un contemplato, un pensante ed un pensato, un conoscente ed un conoscibile, il νοῦς e il κόσμος νοητός.
Fra l'idea ed il mondo dei fenomeni, Plotino pone lo spirito che, per una parte, è mosso ed illuminato dall'idea, per l'altra è a contatto col mondo corporeo da lui generato. Lo spirito è uno e molteplice insieme, uno in quanto è il soffio che anima l'universo intiero, molteplice in quanto raccoglie in sè tutte le anime parziali, le quali poi sono buone o cattive, a seconda che sentono o non sentono il desiderio di ricongiungersi e riconfondersi coll'unità divina.
Il mondo fenomenale si distingue, per Plotino, dal mondo soprannaturale, perchè, in opposizione a quello, è molteplice, disarmonico e contradditorio, una caricatura della vera realtà. La materia è il puro nulla che non può esser pensato se non astraendo da ogni forma e determinazione, è la negazione delle idee che sono le sole realtà, è l'origine del male, il πρῶτον κακόν. Ma Plotino, da vero panteista, non viene perciò al [pg!164] concetto gnostico e pessimista della creazione del male, fatta da un dio secondario, da un Arimane, in opposizione al dio supremo. Per lui, il mondo è perfetto così com'è, rappresenta un'evoluzione necessaria. Il male deve esistere onde esista il bene, deve esistere la materia onde l'anima, discendendo dall'unità ideale, possa sentire l'aspirazione di ritornarvi, e di chiudere, per tal modo, il ciclo dell'esistenza.
Ma come mai l'anima potrà risalire all'unità divina da cui è discesa? A ciò è indispensabile la virtù, la quale purifica l'anima e la riconduce all'idea. Ma non basta che l'uomo sia senza peccato per potersi propriamente ricongiungere a Dio. Ciò diventa possibile nel rapimento estatico dell'uomo puro. Il pensiero, per sè stesso è incapace di questo rapimento, perchè il pensiero non conduce che all'idea. Il pensiero non è che una preparazione all'unione con Dio. Solo nella condizione di perfetta passività e riposo può l'anima conoscere e toccare l'Essere primo. L'anima, pertanto, comincia a contemplare la molteplicità e l'armonia delle cose, poi si sprofonda in sè stessa ed arriva al mondo delle idee; finalmente, in un impeto supremo, dimentica ogni cosa, e si trova faccia a faccia con Dio, con la fonte della vita, col principio dell'essere, coll'origine del bene. Gode, in quel punto, la suprema felicità. Ma non può rimanervi a lungo. Solo quando sarà liberata dal corpo, la sua contemplazione non sarà più interrotta.
Plotino, da mistico entusiasta, ebbe, più volte, questi rapimenti che lo ponevano nell'immediata presenza di Dio. Il suo discepolo Porfirio, nella vita ch'egli scrisse del maestro, così narra: «A quest'uomo ispirato che sovente si sollevava verso quel Dio che è primo e che è al di là dell'intelligibile, Dio apparve [pg!165] sebbene non abbia forma alcuna e non sia visibile, perchè ha la sua sede nel pensiero e nel pensato. Egli non aveva che un fine nella vita, avvicinarsi ed unirsi a Dio, che è sopra tutti. Questo fine fu da lui raggiunto quattro volte, mentre che io era con lui, e non già per una potenza esterna, ma, bensì, per un'energia che non si esprimeva. Sul punto di morire, disse che si accingeva a portare il divino che è in noi nel divino che è nell'universo, ed esalò lo spirito»[189].
Se non fosse l'intonazione panteista delle ultime parole, forse le più belle e più profonde parole che abbia pronunciate l'uomo morente, l'entusiasmo mistico di Plotino potrebbe esser quello di un S. Agostino, e la visione del filosofo neoplatonico ha una grande analogia con quel rapimento estatico pel quale, il più gran teologo dell'ortodossia, contemplando, un giorno, il cielo e il mare dalla finestra della sua casa d'Ostia, si sentì, d'un tratto, sollevato alla presenza di Dio.
La filosofia di Plotino ha, pertanto, un carattere essenzialmente religioso. Essa è, in tutte le sue parti, penetrata dal pensiero di Dio e dall'aspirazione di unirsi a lui. I punti di contatto col Cristianesimo sono evidenti per modo che, per certi rispetti, si ha l'identità dei concetti e delle tendenze, ciò che, del resto, si comprende primieramente per la piega che aveva preso il pensiero filosofico del tempo, e poi per la circostanza che i due fondatori della metafisica cristiana e della metafisica neoplatonica, Origene e Plotino, erano allievi del medesimo maestro, Ammonio Sacca. [pg!166] Ma pure, malgrado tanta analogia, esisteva fra i due sistemi, possiamo dire, fra le due religioni, un'antipatia profonda, conseguenza del fatto che il Neoplatonismo era il frutto del genuino albero ellenico, mentre il Cristianesimo era il frutto di quell'albero su cui si era innestato il monoteismo ebraico. Il Neoplatonismo era profondamente panteista. L'eterno processo evolutivo che dall'unità dell'Essere discende alla molteplicità dei fenomeni, per ritornare all'unità, questo processo che rappresenta, per Plotino, l'origine e il successivo annullamento del male, esclude il concetto di una creazione voluta e di un governo cosciente del mondo, esclude la responsabilità dell'esistenza del male, attribuita alla libertà umana, esclude la necessità di un processo di redenzione e di una fine del mondo. Il Cristianesimo, con le sue esigenze e con le sue promesse, appariva ai Neoplatonici come una antifilosofica negazione dell'eterna necessità, dell'ordine, dell'armonia dell'universo, come un irragionevole disconoscimento di quanto avevan detto di buono e di bello i grandi uomini del passato, come un'affermazione pessimista che portava con sè lo sconvolgimento dell'ordine universale. Il Cristianesimo drammatizzava la storia del mondo in un tragico processo di creazione, di colpa, di redenzione. Il Neoplatonismo leggeva, in quella storia, un inno di gloria per la necessità divina, inalterabile, perfetta dell'armonia del Tutto. Il panteismo neoplatonico s'inalberava davanti all'individualismo monoteistico del Cristianesimo. Vedendo Dio dovunque, trovava, nel politeismo e nella mitologia, dei simboli opportuni a dar forma alle varie manifestazioni della divinità. E, per quanto Plotino fosse lontano dalla stravaganza superstiziosa dei suoi successori, egli pure collegava la magia e la mantica [pg!167] al concetto ed al sentimento della continua presenza della divinità. Plotino voleva ravvivare i culti antichi, facendone dei simboli di un pensiero e di una aspirazione filosofica e religiosa. Il Cristianesimo annunciava un monoteismo preciso ed un Dio che aveva una determinata personalità storica, e poi si affaticava a rivestire e l'uno e l'altro con quei medesimi concetti filosofici che formavano la trama del pensiero neoplatonico. C'era, dunque, fra i due sistemi, eguaglianza nell'essenza del pensiero, e differenza nel modo di sentire la religione e di dar forma al pensiero nella manifestazione religiosa. Ed in questa differenza stava appunto la forza del Cristianesimo, il quale presentava all'uomo assetato di divino delle imagini determinate e precise, davanti a cui i vaghi ed oscillanti simboli del Neoplatonismo scomparivano
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