Questo discorso che contiene molte pagine piene di spirito e di garbo, ma che manca, come quasi tutti gli scritti di Giuliano, del fren dell'arte, è interessante specialmente per due ragioni, la prima perchè vi troviamo esposto il concetto che Giuliano, sull'orma dei neoplatonici, si formava del mito e del significato della leggenda mitologica, la seconda perchè, [pg!211] con una assai bella ed assai chiara allegoria, egli racconta la propria storia, dà la giustificazione della sua condotta e formola, come oggi si direbbe, il suo programma imperiale.
Dietro a questo discorso deve esserci un antefatto che non conosciamo, ma che si può imaginare con molta approssimazione alla verità. Giuliano, diventato imperatore, doveva incontrar l'opposizione di tre sorta di nemici; primieramente s'intende, dei Cristiani, poi di quei Pagani ai quali non garbava punto la trasformazione mitica che il neoplatonico imperatore voleva imporre all'antica religione, alle semplici, intelligibili ed umane favole d'un tempo, finalmente di tutti coloro i quali, interessati nella corrotta amministrazione dell'impero, sentivano il danno delle riforme iniziate dall'inquieto legislatore. Il cinico Eraclio stava fra coloro che non ammettevano l'interpretazione filosofica della mitologia ellenica, non comprendevano lo sforzo di Giuliano per infondere in quella uno spirito nuovo che le permettesse di fronteggiare il Cristianesimo. Il cinismo, fin dal tempo del suo fiore, con Antistene e con Diogene, era stato una filosofia essenzialmente pratica, che voleva insegnar all'uomo ad accontentarsi del meno possibile, a vivere in un'ascetica indifferenza per tutti i godimenti materiali. Essa stava lontana, in un atteggiamento sospettoso, dalle speculazioni metafisiche, e riduceva la sua dottrina filosofica a pochi aforismi morali. Ma, nel procedere dei tempi, ciò che il Cinismo aveva avuto di buono, il rigore della vita e dei costumi, passò allo Stoicismo, e il Cinismo degenerò in una caricatura, in una dottrina da ciarlatani che se ne servivano per ingannar la gente, e vi trovavano una fonte di illeciti guadagni. I neocinici erano naturalmente nemici di Giuliano, di cui [pg!212] odiavano l'indirizzo speculativo e la pura morale. Giuliano li ricambia di santa ragione. Nel discorso contro i Cinici ignoranti, come in quello contro Eraclio, egli ne smaschera i vizii, le bassezze, le turpitudini, dimostra la meschinità della loro dottrina, la quale avrebbe impacciata l'evoluzione mitologica che costituiva per l'Ellenismo l'elemento indispensabile della sperata vittoria. E Giuliano, infatti, con astiosa arguzia, vede nei Cinici degli alleati dei Cristiani, ed insiste sui tratti di somiglianza che, secondo lui, esistono fra le due sette[223].
Eraclio aveva tenuto un discorso, in una grande assemblea, presente l'imperatore, nel quale, pare, aveva dato corso alle sue facoltà inventive, per comporre delle favole che offendevano, secondo Giuliano, il concetto della divinità. L'imperatore, sciolta l'assemblea, prende sdegnato la penna e scrive un'invettiva contro l'empio bestemmiatore, per dimostrare quale sia l'ufficio del mito, e come si devano interpretare le leggende relative agli dei. Il discorso, come dissi, è lunghissimo, pieno di allusioni che non sempre si possono comprendere e di spiegazioni mitiche tormentate e confuse. Ma è pur sempre interessante e sintomatica l'intenzione da cui lo scrittore è mosso di polemizzare, anche indirettamente, col Cristianesimo, creando dei simboli che potessero prendere il posto del dio cristiano. Ciò appar chiaro nella interpretazione ch'egli dà della storia d'Ercole e di Bacco. Come non vedere un tentativo di cristianizzare la figura d'Ercole plasmandola su quella di Gesù, quando egli dice che Ercole passava a piedi [pg!213] asciutti il mare, ed aggiunge: «Che mai era impossibile ad Ercole? Che mai non obbediva al suo divino e purissimo corpo? Gli elementi tutti non obbedivano, forse, alla potenza creatrice e perfezionante della sua intelligenza incorruttibile? Il sommo Giove... lo fece salvatore del mondo, poi lo sollevò sulle fiamme del fulmine, fino a sè, e gli comandò di venire come figlio presso di lui, sotto il segno divino del raggio eterno. Voglia Ercole essere propizio a me ed a voi!»[224].
Tutte le spiegazioni che Giuliano dà dei miti posano sopra un concetto fondamentale ch'egli cerca di esporre, sebbene soggiunga che la sua vita di soldato e le urgenti occupazioni da cui è premuto non gli lasciano il tempo di maturare convenientemente le sue idee[225]. «La natura, egli dice, ama nascondersi, e la parte nascosta della sostanza degli dei non sopporta di essere gittata, con nude parole, nelle orecchie impure. Ma l'essenza ineffabile dei misteri giova anche non compresa; essa salva le anime e i corpi, e provoca la presenza degli dei. Così avviene coi miti, i quali, attraverso i loro velami, e per mezzo di enimmi, versano le cose divine nelle orecchie della maggior parte degli uomini, incapaci di riceverle nella loro purezza»[226]. In queste parole è contenuto il principio fondamentale che Giuliano ha attinto agli insegnamenti dei suoi maestri neoplatonici. Gli uomini sono nella maggior parte, incapaci di comprendere la verità divina. I miti sono la veste di [pg!214] cui si copre quella verità per diventare accessibile alla mente umana. Il filosofo deve scrutarli, onde cogliere il nucleo di scienza e di realtà soprannaturale che in essi è celata. Giuliano, certo, ha posto propriamente il dito sulla questione, quando afferma che le forme positive della religione non sono che simboli coi quali l'uomo cerca di render ragione a sè stesso dell'esistenza e della natura dell'universo. Ma il suo errore fu di credere di poter creare, con una teoria siffatta, una religione determinata. Egli non ha compreso dove stava la superiorità del Cristianesimo sul Neoplatonismo. La figura del Cristo si prestava, anch'essa, a tutte le interpretazioni simboliche, ma non si lasciava disciogliere perchè possedeva una vera e propria realtà storica ed oggettiva e, pertanto, rimaneva come un punto solido intorno a cui una religione positiva poteva cristallizzarsi. Nella mitologia di Giuliano, invece, ogni realtà scompariva e non restavano che delle confuse larve metafisiche, alle quali poi ripugnava il culto grossolanamente materiale con cui si voleva che fossero adorate.
Dissi che questo discorso contro Eraclio è interessante anche perchè Giuliano vi racconta la propria storia. Egli dice di voler mostrare coll'esempio come si deva comporre un nuovo mito, e narra una lunga parabola, la quale è trasparentissima e, sotto un velo leggero, ci presenta le cause e la giustificazione dell'usurpazione tentata da Giuliano e di tutta la sua condotta, ottenuto che ebbe l'impero. L'allegoria è chiara, narrata con eleganza e con snellezza, ed è rivelatrice della profonda onestà dell'anima di Giuliano e dell'altissimo concetto ch'egli si faceva dei suoi doveri. L'imperatore Costantino, al quale il nipote non poteva perdonare il rivolgimento avvenuto nelle [pg!215] condizioni del Cristianesimo, è da lui rappresentato come un uomo ignorante e violento che aveva accumulate immense ricchezze. Ma, mancando affatto d'ogni metodo di governo, credendo che la forza potesse tener il luogo della scienza e della virtù, non aveva nemmeno pensato ad educare i suoi figli per l'ufficio che avrebbero un giorno tenuto. Così avvenne che, lui morto, i numerosi eredi, venuti a discordia gli uni con gli altri, sparsero di rovine, di stragi e di delitti il podere paterno. Questo spettacolo toccò il cuore di Giove, il quale chiamò il Sole, per indurlo ad uscire dallo sdegnoso abbandono in cui aveva lasciata l'empia casa dell'uomo potente. Chiamate a consiglio anche le Parche, la Santità e la Giustizia, Giove rivela il suo proposito di salvare, in quella casa, un fanciulletto che sta per essere soffocato, se non si viene in suo pronto aiuto. Quel fanciullo dovrà essere il riparatore di tanti mali che Giove deplora. Il Sole è lieto di questa risoluzione del Padre, perchè egli vede ancora accesa, nel fanciulletto, una scintilla del fuoco divino, così che, insieme a Minerva, si accinge ad educarlo alla virtù ed al sapere. Ma, toccata l'adolescenza, il futuro salvatore, vedendo coi suoi occhi la grandezza dei mali, conoscendo la sorte toccata ai suoi parenti ed ai suoi cugini, stava per precipitarsi nel Tartaro, quando il Sole e Minerva lo addormentano e con un sogno lo distolgono dal suo proposito. Svegliatosi, egli si trova in un luogo deserto, dove gli appare Mercurio che gli addita una via facile e fiorita, la quale lo conduce presso un monte altissimo, sulla cui vetta sta il Padre degli dei. «Chiedi, dice Mercurio, ciò che vuoi. A te, o fanciullo, scegliere il meglio». «Giove padre, esclama il giovanetto, mostrami la via che conduce a te». Ed ecco [pg!216] il Sole gli si appressa e gli annuncia ch'egli deve ritornare fra i perversi da cui è fuggito. Piange il giovane e prevede la sua morte. Ma il Sole gli fa cuore e gli rivela ch'egli è destinato a purgar la terra da tutte le empietà che la contaminano. Egli deve confidare in lui, in Minerva, in tutti gli dei. L'erede, solo rimasto, di tutto (è l'imperatore Costanzo) circondato da pastori malvagi (e sono i vescovi), lascia andar tutto in rovina, sprofondandosi nei piaceri e nell'ozio. Pertanto egli stesso, il Sole, insieme a Minerva, per volontà di Giove, porranno lui, il giovanetto, al posto dell'erede e lo faranno governatore di ogni cosa. E la parabola finisce coi saggi consigli che il Sole e Minerva danno al loro protetto. Per verità se, invece dei nomi di divinità greche, si avessero quelli di angeli o di santi, si riconoscerebbe un'intonazione prettamente cristiana nelle ultime parole del Sole: «Va, dunque, con buona speranza, poichè noi saremo sempre con te, io e Minerva e Mercurio e con noi tutti gli dei che sono nell'Olimpo, nell'aere e sulla terra, finchè sarai rispettoso per noi, fedele agii amici, benevolo coi sudditi, imperando su di essi e guidandoli al meglio. Non renderti mai schiavo delle passioni tue nè delle loro.... Va, dunque, per tutta la terra, per tutto il mare, obbedendo, senza esitanza, alle nostre leggi, e mai nessuno, nè degli uomini, nè delle donne, nè dei famigliari, nè degli estranei ti induca ad obbliare i nostri comandi. Se tu li osserverai, sarai amato da noi, rispettato dai nostri buoni devoti, temuto dagli uomini perversi e male ispirati. Sappi che questo corpo carnale ti fu dato onde tu possa compire tale ufficio. Noi vogliamo purgare la tua casa, per rispetto de' tuoi avi. Ricordati che tu hai un'anima immortale, [pg!217] procreata da noi e che, se tu ci seguirai, sarai fra gli dei e contemplerai, insieme a noi, il Padre nostro»[227].
Che singolare figura è mai questa dell'imperatore Giuliano! Come mai dal ceppo di Costantino è uscito questo nobile e generoso rampollo? V'ha in questa lunga parabola, di cui qui non ho dato che lo scheletro, l'espressione di un sentimento alto e puro, che non poteva venire che da un'anima profondamente onesta ed aperta al buono ed al bello. E si guardi lo strano fatto! Furono, appunto, i Costantiniani scellerati che favorirono il Cristianesimo e fu il solo Costantiniano generoso ed onesto che tentò il salvataggio del Paganesimo! È che il Cristianesimo, in più di tre secoli di esistenza, roso dalle eresie, diventato ricco e potente, s'era trasformato in una istituzione mondana, in una religione tutta di forme, ed aveva perduta gran parte della sua efficacia morale. Tanto è vero che già, come reazione contro la crescente mondanità del Cristianesimo, era apparso nel suo seno l'ascetismo monacale, in cui rivivevano, in parte, gli ideali dei primi tempi cristiani. Il Cristianesimo ufficiale, in cui gli Ariani si accapigliavano cogli Atanasiani, ed avevano la supremazia negli onori e nelle ricchezze, era già in avanzata corruzione, quando i favori imperiali, togliendolo dai pericoli e dalle difficoltà dell'esistenza, ne accelerarono il pervertimento. Non bisogna dimenticare che Costantino fu uno sciagurato, reo dei più gravi delitti, primo fra i quali l'uccisione del figlio Crispo. Ma egli era un avventuriero fortunato, abile, dal colpo d'occhio sicuro, il quale comprese che, dopo l'insuccesso completo [pg!218] della persecuzione di Diocleziano, la più sistematica di tutte, all'impero non rimaneva altra uscita che di allearsi col nemico che non aveva potuto vincere. Da qui l'editto di Milano e poi l'istituzione di una Chiesa dello Stato ed il Concilio di Nicea. Costanzo, che era scellerato non meno del padre, senza avere neppur l'ombra del suo ingegno, contribuì grandemente al progressivo inquinamento del Cristianesimo. Giuliano, davanti a tale spettacolo, si ribellò. Il Cristianesimo, fatto partecipe dell'autorità imperiale, non l'aveva moralizzata; s'era, anzi, prestato al suo corrompimento. «Il podere va in rovina — esclama Giuliano, nella sua allegoria. — Pochi sono i pastori onesti; per la maggior parte sono predatori e feroci. Divorano e vendono le pecore del padrone e rovinano le sue mandre». Ora, Giuliano era un idealista, il quale aveva passata la sua prima gioventù fra i terrori di una morte sempre imminente, nell'odio dei cortigiani cristiani che circondavano lo sciagurato cugino, nello studio, nel culto appassionato della letteratura e della filosofia greca e di tutto quel complesso di tradizioni, di dottrina, di gloria che egli comprendeva sotto il nome d'Ellenismo. Egli, pertanto doveva sentirsi nascere in cuore prima il sospetto, poi l'aborrimento per la religione che voleva prenderne il posto e che si atteggiava a terribile nemica di ciò ch'egli adorava. Nell'inesperienza delle forze vere che reggono il mondo, inebbriato dai fantastici dottrinari che gli stavano al fianco, Giuliano credette di poter portare rimedio ai mali di cui era testimonio con un ritorno all'antico, accompagnando questo ritorno con una riforma la quale piegasse l'antico alle esigenze dello spirito nuovo. Ora, quando si considera il valore intellettuale veramente grandissimo di Giuliano, valore [pg!219] che si rivela in tutta la sua azione di generale, d'amministratore, di scrittore, non può esser giudicato leggermente il suo tentativo, quasi fosse una follia romanzesca e giovanile. Giuliano per l'animo e per l'ingegno, valeva incomparabilmente di più degli imperatori cristiani che lo hanno preceduto e che lo hanno seguito. Eppure mentre questi si sono abbandonati alla corrente, egli solo ha tentato di andare a ritroso. Bisogna, dunque, dire che questo movimento di Giuliano rispondesse a qualche cosa, a qualche aspirazione, a qualche idea grande e realmente sentita. Il vero è che l'iniziativa di Giuliano fu l'ultimo sforzo, e il solo sforzo razionalmente fatto, per salvare la civiltà. Dissi più su che Costantino, visto l'insuccesso della persecuzione di Diocleziano, aveva creduto conveniente per la salvezza dell'impero di allearlo col nemico che non poteva debellare. Ma Costantino, uomo rozzo ed ignorante, non poteva comprendere che il Cristianesimo, nella sua essenza, era l'antitesi più recisa dell'antica civiltà per cui se, alleato coll'impero, avrebbe avuta un'azione più lenta nella sua efficacia distruggitrice, non l'avrebbe, per questo, resa, a lungo andare, meno esiziale. Nell'abbraccio col Cristianesimo l'impero doveva rimaner soffocato. Il Cristianesimo, imprimendo alle energie morali un indirizzo opposto a quello che avevano avuto nel mondo greco-romano, creando nuove aspirazioni e distruggendo le antiche, dissolveva propriamente la società e preparava gli elementi di una nuova formazione. Giuliano comprese, o almeno genialmente intuì, che, per salvare l'impero non si doveva abbracciare il Cristianesimo, come aveva fatto Costantino, e nemmeno perseguitarlo, come Diocleziano, ma bisognava crear qualche cosa che rispondesse, in parte, a quelle esigenze [pg!220] le quali trovavano soddisfazione nel Cristianesimo, e che, nel medesimo tempo, conservasse le basi del pensiero e della civiltà antica. Per questo, egli ha iniziato quel movimento che io ho chiamato la cristianizzazione del Paganesimo. Certo, questo movimento era destinato a non riuscire, per due ragioni. Prima di tutto, il mondo voleva una religione. Non potendo più credere nel Politeismo antropomorfico e nazionale, non avrebbe creduto nemmeno nel Politeismo mitico, così confuso ed ingarbugliato, che Giuliano prendeva dal Neoplatonismo e con cui si illudeva di poter soddisfare le aspirazioni religiose dei suoi contemporanei. Sarebbe stato più facile persuaderli ad adorare ancora Apollo, auriga del sole, che il nuovo dio Sole, in cui la dottrina mitica vedeva una rivelazione luminosa della Trinità creatrice. In secondo luogo, quale fosse il valore intellettuale e morale del movimento, esso veniva troppo tardi. Noi non abbiamo nessuna statistica la quale ci dica in quale proporzione si dividessero i Cristiani e i Pagani, nel quarto secolo, nel mondo romano. Ma basterebbe la promulgazione dell'editto di Costantino a persuaderci che i Cristiani dovevano essere in numero enorme. Certo, il Politeismo resisteva ancora, specialmente nelle campagne, come lo dimostra il nome stesso di pagani, inventato dai Cristiani. Ma questi avevano ormai il sopravvento ed occupavano gli uffici e le alte cariche. La conversione non era più solo una quistione di coscienza e di fede, ma un affare ed un atto di abilità. Ora, era evidentemente impossibile fermare una spinta che era stata impressa da secoli, sospendere una frana che, rotolando dal monte, si era enormemente ingrossata. Forse, il Cristianesimo si poteva arrestare al suo apparire. Malgrado l'incomparabile energia di Paolo [pg!221] che lo aveva divelto dalla natia Palestina, per portarlo in tutto il mondo, malgrado la geniale fantasia del quarto Vangelista che aveva saputo impadronirsi del pensiero antico, il Cristianesimo, senza lo scellerato e stolto capriccio di Nerone, si sarebbe, forse, spento nell'oscurità. Fors'anche, il tentativo di Giuliano, di riformare il Politeismo, iniziato, due secoli prima, con più prudente temperanza speculativa, da un Trajano, da un Antonino, da un Marco Aurelio, avrebbe potuto interrompere il progresso della propaganda cristiana. Ma, ai tempi di Giuliano, l'impresa era del tutto disperata. Il non averlo compreso dimostra quale anima entusiasta fosse nel giovane imperatore, e come egli s'ingannasse sul valore di ciò che voleva distruggere e di ciò che voleva sostituire. Ma, in ogni modo, l'idea da cui era mosso, lo scopo a cui tendeva, gli venivano da un animo generoso e innamorato di cose grandi e belle. La sua impresa fu l'ultimo guizzo di un mondo che andava morendo.
Può parer singolare che nella bella allegoria, che ci ha dato il motivo di questa digressione, Giuliano si atteggi apertamente a restauratore della fortuna dell'impero, compromessa dai suoi antecessori, mentre non accenna che a parole coperte alla sua guerra al Cristianesimo e non fa nessuna esplicita dichiarazione. Certo, quei pastori che sciaguratamente consigliano il padrone e gli rovinano il gregge sono cristiani e probabilmente son vescovi; le empietà di cui il Sole raccomanda a Giuliano di purgare la terra sono le chiese e le tracce del culto cristiano. Più chiara e più acerba è l'allusione alla distruzione dei templi antichi, sostituiti nella venerazione dei devoti dalle sepolture dei martiri. «Si distrussero dai figli i templi, già prima disprezzati dal padre e privati degli ornamenti, [pg!222] che i loro stessi antenati vi avevano posti. In luogo dei templi distrutti, costrussero dei sepolcri e vecchi e nuovi, spinti come da una voce interna e dal fato stesso, poichè, dopo breve tempo, essi dovevano aver bisogno di molti sepolcri, in punizione di aver trascurati gli dei»[228]. Qui Giuliano accenna, senz'ombra di equivoco, a Costantino ed ai suoi figli. Tuttavia, questa cura singolare di non parlare apertamente dei Cristiani in un'allegoria che è data come il programma del suo governo, è indizio che l'imperatore voleva andare, per gradi, nella sua azione e non si arrischiava di comprometterla con dichiarazioni che gli avrebbero sollevate potenti opposizioni. Ciò dimostra, anche, ch'egli sentiva, in petto, le difficoltà dell'impresa e che, almeno quando scriveva questo discorso, comprendeva la necessità di muovere il passo con molta prudenza.
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Giuliano, essendo stato, fin dalla fanciullezza, perfettamente chiuso ad ogni influenza che lo potesse piegare ed aprirgli l'anima al fascino del Cristianesimo, era nelle condizioni di spirito e di pensiero necessarie per poterlo scrutare criticamente e per analizzare, da un punto di vista affatto oggettivo, gli elementi di cui si componeva, le tradizioni su cui si appoggiava. Infatti, il Cristianesimo partecipa necessariamente a quella condizione caratteristica di tutte le religioni, di essere, cioè, intangibili, perfette, provate, evidenti per chi ci crede a priori, e di sfasciarsi, come nebbia al sole, per [pg!223] chi le guardi senza la lente di una fede preventiva. Tutte le religioni, passate e presenti, hanno la certezza di un fatto constatato per chi le professa, e paiono addirittura assurde a chi ne sta fuori. Non c'è uomo, per quanto pieno di sè stesso, il quale non si senta costretto ad ammettere che, talvolta, possa aver ragione chi ha un'opinione diversa della sua. Ma non c'è Cristiano al quale possa mai passar pel capo la possibilità di credere nella religione di Maometto o di Budda, e che non sappia addurre le più evidenti ragioni per dimostrarne l'irragionevolezza assoluta. Ma non c'è Maomettano o Buddista il quale non si trovi, in faccia al Cristianesimo, nelle medesime condizioni in cui il Cristiano è in faccia a loro, e che sia sprovvisto di ragioni per non credere in ciò in cui crede il Cristiano. Questi crede che il Cristo sia risorto, perchè lo trova affermato in un dato libro, il Maomettano crede che Maometto abbia avuta una rivelazione divina, perchè lo trova affermato in un altro libro. Ma la fiducia nell'uno o nell'altro di questi libri non può che essere l'effetto di un sentimento a priori. Chi non ha tale sentimento trova subito che le prove dell'una o dell'altra affermazione non sono sufficienti.
Che qualsiasi religione appaia irrazionale a chi non crede a priori è la conseguenza del fatto che la religione si assume un compito che è superiore alla ragione, quello cioè di rappresentare i rapporti esistenti fra un essere soprannaturale, che si suppone esistere fuori del mondo, e il mondo che sarebbe da lui creato. Per eseguire un tal compito, superiore alla ragione, l'uomo non può che adoperare la propria ragione. Ma è chiaro che adoperar la ragione per rappresentare ciò che è al di sopra e al di fuori della ragione non può condurre che ad una rappresentazione la quale dovrà [pg!224] rivelarsi irrazionale a chi la guardi senza la lente di una fede preventiva. A noi pare irrazionale la religione dei Giapponesi; ma ai Giapponesi pare irrazionale il Cristianesimo. Un vecchio scrittore giapponese, Hakusaki, il quale, nel 1708, conobbe un missionario italiano, andato al Giappone, lasciò scritto che questo straniero era un uomo saggio e buono, ma che diventava matto quando parlava di religione. «Che dobbiamo pensare, scrive Hakusaki, dell'idea che un dio non ha potuto redimere un'umanità perduta da un peccato (di cui, del resto, non si vede la gravità), un'umanità che è opera sua, punita per aver trasgredita una legge che era pure sua opera, se non facendosi uomo, tremila anni più tardi, sotto il nome di Gesù e soffrendo una morte ignominiosa? Che storia puerile! Un giudice sovrano non può, forse, addolcire le pene da lui promulgate od anche far grazia al condannato, senza, per questo prendere il suo posto in mezzo ai tormenti?».